Collatio 5-12-2018

Giuda 14-19

Profetò anche per loro Enoc, settimo dopo Adamo, dicendo: «Ecco, il Signore è venuto con migliaia e migliaia dei suoi angeli per sottoporre tutti a giudizio,

e per dimostrare la colpa di tutti riguardo a tutte le opere malvagie che hanno commesso e a tutti gli insulti che, da empi peccatori, hanno lanciato contro di lui». Sono sobillatori pieni di acredine, che agiscono secondo le loro passioni; la loro bocca proferisce parole orgogliose e, per interesse, circondano le persone di adulazione. Ma voi, o carissimi, ricordatevi delle cose che furono predette dagli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo. Essi vi dicevano: «Alla fine dei tempi vi saranno impostori, che si comporteranno secondo le loro empie passioni». Tali sono quelli che provocano divisioni, gente che vive di istinti, ma non ha lo Spirito.

Ora Giuda arriva al punto finale e al cuore della sua descrizione dei falsi maestri. Sia le scritture antiche che la testimonianza degli apostoli parlano di loro, indicando il tempo finale come il tempo dell’emergere dell’empietà in attesa dell’ultimo giudizio, davanti al quale tutti dovremo comparire, e che vaglierà le nostre opere e le nostre parole. Il fuoco della descrizione della lettera va al punto più intimo e decisivo, che è la vita interiore: “costoro” sono “mormoratori scontenti” (tradotto con “sobillatori pieni di acredine”). Tutto nasce da una delusione a proposito della propria sorte (“scontenti”, letteralmente: “delusi della propria sorte”) che si rivolge contro Dio, contro gli altri, contro la vita. Questa scontentezza si esprime in una vita dominata dalle passioni, improntata ad una comunicazione e ad una modalità relazionale violenta e servile al tempo stesso, perché impaurita e bramosa. Il nodo è non essere in grado di riconoscere la propria vita come una sorte benedetta, una eredità preziosa, perché riempita dal dono dell’amore del Padre. Così Giuda aveva salutato i suoi destinatari all’inizio della lettera: “amati in Dio Padre” (v.1!). Per questo ora Giuda si rivolge nuovamente ai suoi lettori chiamandoli “amati” (non così debolmente “carissimi”…!), come già al v. 3 e ancora al v. 20. Gli empi “non hanno lo Spirito”, cioè non vivono a partire da questa luce, da questo respiro dell’amore del Padre. “Ma voi amati”! Solo a partire da qui è possibile riaccogliere la propria vita come un dono di amore, e ritrovare pace e unità in noi ed edificarla intorno a noi. Altrimenti siamo divisi, perché scontenti, arrabbiati, dominati dalle nostre brame, e quindi portatori di quella stessa divisione che sperimentiamo drammaticamente in noi stessi. Non basta essere cristiani e partecipare al banchetto eucaristico (v.12!); abbiamo bisogno di lasciarci riempire e guidare dal dono dello Spirito (cfr. Rm 5,5!), che ci fa conoscere la nostra sorte di figli amati, liberati dalle nostre paure e passioni, per vivere la condizione nuova di uomini perdonati, unificati e grati.