Collatio 12-4-2019

Isaia 38,9-22

Cantico di Ezechia, re di Giuda, quando si ammalò e guarì dalla malattia: «Io dicevo: “A metà dei miei giorni me ne vado, sono trattenuto alle porte degli inferi per il resto dei miei anni”.

Dicevo: “Non vedrò più il Signore sulla terra dei viventi,
non guarderò più nessuno fra gli abitanti del mondo.

La mia dimora è stata divelta e gettata lontano da me,
come una tenda di pastori.
Come un tessitore hai arrotolato la mia vita,
mi hai tagliato dalla trama.
Dal giorno alla notte mi riduci all’estremo.

Io ho gridato fino al mattino.

Come un leone,
così egli stritola tutte le mie ossa.
Dal giorno alla notte mi riduci all’estremo.

Come una rondine io pigolo,
gemo come una colomba.
Sono stanchi i miei occhi di guardare in alto.
Signore, io sono oppresso: proteggimi”.

Che cosa dirò perché mi risponda,
poiché è lui che agisce?
Fuggirò per tutti i miei anni
nell’amarezza dell’anima mia.

Il Signore è su di loro: essi vivranno.
Tutto ciò che è in loro
è vita del suo spirito.
Guariscimi e rendimi la vita.

Ecco, la mia amarezza si è trasformata in pace!
Tu hai preservato la mia vita
dalla fossa della distruzione,
perché ti sei gettato dietro le spalle
tutti i miei peccati.

Perché non sono gli inferi a renderti grazie,
né la morte a lodarti;
quelli che scendono nella fossa
non sperano nella tua fedeltà.

Il vivente, il vivente ti rende grazie,
come io faccio quest’oggi.
Il padre farà conoscere ai figli
la tua fedeltà.

Signore, vieni a salvarmi,
e noi canteremo con le nostre cetre
tutti i giorni della nostra vita,
nel tempio del Signore».

Isaia disse: «Si vada a prendere un impiastro di fichi e si applichi sulla ferita, così guarirà». Ezechia disse: «Qual è il segno che salirò al tempio del Signore?».

L’esperienza personale di Ezechia, di malattia per la morte e dono di guarigione, diventa preghiera, e la preghiera canto. Non è più solo la preghiera personale all’interno di una vicenda che riguarda solo lui, ma il canto di un’attraversamento che può toccare tutti. Per prima cosa c’è il lamento, che dà le parole all’esperienza dell’angoscia: “dicevo… dicevo…”. Il canto di lamento aiuta ad esprimere, a rendere in qualche modo comunicabile l’incomunicabile, a dare una misura a ciò che vivo come smisurato e importabile, a sentirmi meno isolato nell’abisso della solitudine in cui la disperazione mi rinchiude: “non vedrò più il Signore… non vedrò più nessuno…”. Poter provare a dire con il linguaggio della poesia il senso di essere spogliato di tutto, improvvisamente, reso inerme, nudo, tagliato via dalla vita, inutile, di gridare senza nessuno che ascolti, di sentire Dio come un nemico, che come un leone mi stritola le ossa, di sentire il mondo e tutto il suo gemito che risuona nel mio pianto, nel mio grido vano, di sentirmi sfinito e senza più speranza. Ed è proprio qui che il lamento si trasforma in supplica, ritrova un volto, un “tu”: “Signore, io sono oppresso: proteggimi!”. Sì, anche se sembra folle chiedere protezione proprio a colui che ci sta stritolando, castigando (“che cosa dirò perché mi risponda, poiché è lui che agisce?”), pure è questo l’affidamento che custodisce la speranza: smettere di fuggire, e mettermi nelle mani di colui che solo può darmi la vita, e che se ora mi castiga, certo mi guarirà.
Ed ecco la supplica si trasforma in rendimento di grazie e lode, perché attraverso la malattia e la guarigione, ho sperimentato una salvezza che è perdono dei peccati: “ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati!”. Certo il Signore non se ne fa niente della mia morte, ma vuole che io mi converta e viva. Anzi, chi è strappato dalla morte non è più semplicemente “vivo”, un utente della vita, ma “vivente”, pienamente soggetto di una vita restituita, che per questo rende grazie, e fa ricominciare la consegna di generazione in generazione della conoscenza della presenza fedele di Dio che dona vita in abbondanza. Per questo l’esperienza di salvezza, di dilatazione della vita di uno, diventa il canto di tutti: “noi canteremo con le cetre tutti i giorni della nostra vita, canteremo nel tempio del Signore!”. Il brano si conclude con il gesto di cura del profeta Isaia, che circonda di dolcezza e di speranza la ferita che si apre alla guarigione, e con la domanda di un segno da parte del re Ezechia, che, al contrario di Acaz (cfr. Is 7,10-14!), chiede che il Signore parli ed operi nella storia, affinché possa compiersi il culto di lode di un popolo salvato.