Collatio 13-5-2019

Ebrei 5,1-4

Ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati.

Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo.  Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.

Qui non si sta parlando dei preti. La lettera descrive alcuni aspetti dell’istituzione del sacerdozio levitico per fondare il suo discorso su Gesù “sommo sacerdote”. In questo modo si fa riferimento a quella economia antica, attraverso la quale traspare il modo di agire di Dio, e che viene compiuta, ma anche, come vedremo più avanti, paradossalmente “smentita” e superata da Gesù. Nell’ordinamento della prima alleanza, dunque, i sacerdoti (e il sommo sacerdote) sono uomini scelti da Dio per esercitare una funzione di purificazione a vantaggio degli altri uomini in nome di Dio. E questo avviene attraverso l’offerta di “doni e sacrifici” che ristabiliscono la comunione perduta con Dio e con i fratelli. In questo sistema, nota la lettera agli ebrei, il sacerdote non è un essere “sovrannaturale”, ma un uomo come gli altri, che può esercitare il suo compito di mediazione in forza di una “scelta” di Dio e non per volontà propria (cfr. 1Cor 9,17), ma che rimane, come tutti, un peccatore bisognoso di misericordia. Questo gli consente di “sentire giusta compassione” per gli altri. Il luogo del sacerdote e del suo ministero è, dunque, nella ferita più profonda e dolorosa di una umanità malata, inconsapevole, ostinata, peccatrice, per essere segno della misericordia di Dio che non abbandona l’umanità a se stessa, ma che incessantemente la chiama ad una vita buona, la rialza perché ritrovi la sua dignità, attraverso un’opera continua di perdono, liberazione, riscatto. Eppure in questo servizio sacerdotale così prezioso per il popolo e pieno di valore, segno della grazia stessa di Dio, e allo stesso tempo così vicino e compassionevole, c’è qualcosa di fragile: a motivo della sua debolezza, il sommo sacerdote dell’alleanza antica deve offrire a Dio non solo per i peccati del popolo, ma anche per i propri peccati. É una sorta di movimento che non si compie, che si ripete senza riscattarsi appieno, senza potersi liberare davvero e definitivamente dalla comune condizione di peccato. Ora siamo pronti per ascoltare il discorso della lettera su Gesù “sommo sacerdote”. Ma qualche riflessione anche per noi oggi, a partire da questi versetti, potrebbe esserci, forse però più per i cristiani che per i preti, che in tutto il nuovo testamento non sono mai chiamati “sacerdoti” (ma presbiteri o servi, ministri…), mentre solo per Cristo e per i cristiani si usa il termine “sacerdoti, sacerdozio”. Ma qui il discorso si farebbe troppo lungo… lo teniamo per un’altra volta!