Collatio 15-5-2019

Ebrei 5,4-10

Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote,

ma colui che gli disse: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato, gliela conferì come è detto in un altro passo:  Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek.

Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

Come Aronne e la sua discendenza non si sono attribuiti la dignità sacerdotale, ma hanno semplicemente corrisposto, nell’obbedienza, alla chiamata di Dio, così anche Gesù, che si sente dire da Dio nei salmi: “Tu sei mio figlio”, ascolta anche la parola: “Tu sei sacerdote…”, e risponde con la sua obbedienza alla chiamata di Dio. Continuiamo così a scoprire la relazione che Gesù ha con Dio, meditando su come egli abbia inteso le parole della sua preghiera con i salmi come la voce del Padre rivolta a lui. E quindi contempliamo come Gesù abbia corrisposto nell’obbedienza a questa parola che lo chiamava, lo generava, lo costituiva in una condizione nuova, lo plasmava: “viva è la parola di Dio, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio…!” (4,12). “Tu sei… tu sei…”: Gesù sente la voce di Dio che gli svela la sua identità profonda e la sua missione: una “gloria” non pretesa, ma accolta. E così Gesù accetta, “nei giorni della sua carne”, di dilatare la sua verissima umanità e il suo anelito alla vita, alle dimensioni più ampie della salvezza che Dio ha preparato per tutti. Siamo condotti nell’ora più intima e misteriosa del patimento di Gesù, che diviene sacerdote “offrendo” (è il termine che nei versetti precedenti era stato usato per indicare l’offerta che il sacerdote levitico fa di “doni e sacrifici”; 5,1.3!) “preghiere e suppliche con forti grida e lacrime”: Gesù non offre “altro” se non se stesso, il suo patire, il suo anelito alla salvezza, nella piena fiducia filiale in Colui che solo può strappare dalla morte. E qui Gesù è “reso perfetto”, cioè “consacrato” sacerdote, perché accoglie il suo patimento come lo strumento di un ampliamento della sua umanità, nell’obbedienza alla volontà di Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvati. È “sacerdote” ed è “esaudito”, perché non chiede salvezza semplicemente per sé, ma offre se stesso per la salvezza dei fratelli, dei nuovi figli che Dio gli ha dato. È il figlio generato da Dio che diventa “sommo sacerdote” accettando i fratelli, offrendosi per loro, e divenendo così “causa di salvezza eterna” per tutti coloro che, obbedendo a lui, dilatano a loro volta il loro cuore e la loro vita alle dimensioni della sua fedeltà al Padre e del suo amore verso i fratelli fino a dare se stesso. Contemplare Gesù nella sua ora suprema significa imparare da ciò che patiamo ad essere figli di Dio e fratelli tra noi secondo la misura piena del suo dono di sé.