Collatio 09-09-2019

Giovanni 9,1-12

Passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».

Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Gesù passando vede un uomo (spesso nei sinottici questo prelude ad un incontro di vocazione…), e il suo sguardo mette al centro la persona e la condizione di questo uomo. I discepoli, che considerano Gesù un profeta che conosce ogni cosa in profondità, lo interrogano sulle ragioni, sulle colpe di questa cecità dalla nascita: “lui o i suoi genitori?”. Si affrettano a cercare una causa che “discolpi Dio”, che dia un senso a questa “frattura” nella creazione, e che può essere solo un peccato. Questo è lo sguardo dei discepoli, che mentre domandano, svelano la loro prospettiva. Per loro, inevitabilmente, vedere è giudicare, e giudicare è attribuire le colpe, in modo da recuperare la “razionalità” del reale. Ma Gesù va più in là, e rispondendo offre ai discepoli il senso filiale del suo sguardo: non si tratta di risalire alle colpe, ma di scoprire l’orizzonte di bene, di far emergere da quella frattura umana l’operare di Dio. Non si vede bene semplicemente “tornando indietro” alle cause (“che cosa non ha funzionato?”), ma allargando lo sguardo al “senso”, alla direzione, al fine trasformante di ogni cosa, compresi il male, la sofferenza, la mancanza. Se guardiamo a quel che Dio in ogni cosa si prepara a fare non ci interessano più le sentenze, ma ci lasciamo coinvolgere nell’urgenza di un’opera che libera, illumina, risana: “Bisogna che noi compiamo le opere di Colui che mi ha mandato”. È l’operare del Figlio, che concepisce la sua vita come un servizio di luce, un concreto “fare luce” nel mondo, condiviso con i suoi discepoli. “Fare luce” che non è accendere gelidi riflettori sulla condizione misera degli uomini per valutare e spartire le responsabilità, ma entrare concretamente nei solchi delle oscurità, delle fatiche, delle solitudini umane per seminare con cura la luce della compassione di Dio, del suo amore, della sua misericordia, come processo di liberazione, di illuminazione, di guarigione. Gesù sa che gli è dato il tempo della sua vita per compiere questa opera: e ciascuno di noi ha questa vita, e solo questa vita, per realizzare con Lui in se stesso e nel mondo questa opera (“Non posso smettere di lavorare. Avrò tutta l’eternità per riposare” Madre Teresa). Gesù non è venuto per giudicare, ma per salvare, e come davanti alle accuse portate alla donna adultera, non emette la sua sentenza ma si china e si sporca le mani. Si coinvolge con questa terra, e mescola, come in una nuova plasmazione dell’uomo, la sua saliva e la polvere del suolo, lavora con le sue mani, si prende cura del volto dell’uomo e dona una parola che indica un cammino di speranza, perché nell’obbedienza il cieco ritrovi la luce, quella stessa luce del il Figlio obbediente, inviato dal Padre. Da questo momento comincia l’avventura di questo uomo nuovo, che si trova a fronteggiare lo sconcerto, la curiosità, l’avversione e il rifiuto delle persone che gli sono intorno, e che egli vede in modo sempre più chiaro. Vede innanzitutto la difficoltà degli altri di vederlo, di riconoscerlo: è lui o non è lui? Sembra lui, forse è uno che gli assomiglia… con l’ironia che attraverserà tutto il brano qui per prima cosa la narrazione ci descrive lo spaesamento degli altri di fronte ad un uomo che si è ritrovato e che per questo è talmente, per la prima volta, “se stesso” da non sembrare più lui, perché fissato invece da sempre e per tutti nel ruolo di cieco mendicante. È come un volto che vedendo prende luce, si illumina, e per questo si trasforma, assume lineamenti nuovi e autentici e diventa quasi irriconoscibile. “Sono io!”: per la prima e unica volta in tutto il vangelo qualcuno che non è Gesù dice questa parola così semplice e solenne; è il cieco guarito, ed è la sua prima parola! Ora egli sa bene, finalmente, chi è, e lo testimonia con un protagonismo, una soggettività, un coraggio tutti nuovi, che vengono dalla sua rinnovata identità, piena, risanata, consapevole. A questo punto viene chiesto al cieco sanato il “come” della sua guarigione, e vedremo quante volte ancora dovrà rispondere a questa domanda. Il cieco guarito risponde con semplicità e onestà. Ma non basta farsi dire il “come”: lo si può sentire raccontare all’infinito, ma senza la disponibilità alla conversione della vita, non serve a nulla. Serve solo ad accendere una curiosità, che è tentativo di sapere, di controllare, di possedere: “Dov’è costui?”. “Non lo so”, risponde con tutta sincerità l’uomo sanato, ma alla fine sarà proprio lui che sarà trovato da Gesù.