Collatio 19-10-2019

Giovanni 15,1-8

«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi.

Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

In questa ultima lunga sera prima della sua passione, incorniciati tra il segno dell’ “amore fino alla fine” della lavanda dei piedi (13) e la grande preghiera al Padre (17), i “discorsi di addio” di Gesù (14-16) hanno, nei versetti di oggi, il loro centro ideale. Con una immagine semplice e vitale, tratta dalla natura, ma anche intima e potente Gesù ci consegna la dinamica profonda della vita cristiana come vita “in Lui”. È lui la “vite vera”, la pianta prediletta e scelta da Dio, perché in essa tutti gli uomini trovino la benedizione, la vita e la gioia piena. È lui, il Figlio, il “capolavoro” del Padre, la realizzazione dell’Israele fedele e fecondo, traboccante dei frutti dolci e inebrianti dell’alleanza con Dio. Una vite i cui tralci sono sottoposti all’unica legge del Padre: portare frutto. Non possiamo rimanere inseriti nella vite in modo puramente formale, esteriore e quindi autoreferenziale e sterile: senza una vera confidenza in Gesù il sopraggiungere della tribolazione non farà altro che rivelare il nostro vivere per noi stessi e non resisteremo. Nell’ora della croce è sempre possibile scegliere per sé la notte dell’esclusione dall’amore, come un tralcio tagliato, gettato e bruciato nel fuoco. La relazione viva con Gesù, invece, è comunicazione alla linfa del suo Spirito di amore che ci rende fecondi, per un frutto che la purificazione del Padre non spegne affatto, ma anzi rende più vigoroso, più abbondante, più conforme alla sua volontà. La parola che Gesù ha seminato nel cuore dei discepoli, e che essi hanno accolto pur in mezzo a mille contraddizioni e debolezze che proprio in quest’ora si riveleranno, quella parola seminata ha reso puro il loro cuore, aprendolo alla fiducia in Dio e al suo mistero di amore. Ora si tratta solo di rimanere in Lui: la vita cristiana è tutta, semplicemente qui. In certo senso Gesù ci assicura sul fatto che già tutto è stato da Lui compiuto, e tutto ci è stato donato. Si può solo rischiare di perdere questa pienezza uscendo dal dono per scegliere noi stessi. Ma non è il tralcio che porta frutto: è la vite che porta frutto attraverso e nei tralci. Qualche volta il taglio che ridimensiona la nostra vita ci sembra la smentita della vitalità che il Signore promette di regalarci (“sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” 10,10); eppure è proprio accettando quel diventare piccoli che si prepara il molto frutto. L’aveva già detto Gesù alla vigilia di questa lunga sera: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (12,24). Per i tralci essere potati significa riscoprire le proprie radici in Gesù che si fa piccolo fino alla croce, e ricordare che senza di lui non possiamo fare nulla. Ed è proprio da quel rimanere in Lui continuamente riscoperto, assaporato, approfondito, e dal rimanere delle sue parole in noi, che il cuore purificato sempre più sa desiderare, chiedere e ottenere il molto frutto impossibile a noi, ma possibile a Dio. Non c’è gloria del Padre a scapito dei figli: è proprio nel diventare discepoli del Figlio e nel portare in Lui molto frutto che il Padre è glorificato.