Collatio 8-11-2019

Giovanni 18,19-27

Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento.

Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Gesù non si lascia intrappolare dalla domanda tendenziosa del sommo sacerdote, che di fatto insinua l’accusa che Gesù abbia un insegnamento segreto e sia a capo di un gruppo di sediziosi. La sua risposta è semplice e assertiva: “non ho niente da dire oltre quello che tutti hanno potuto ascoltare pubblicamente”; e non hanno ascoltato solo i suoi discepoli, ma i Giudei e le stesse guardie inviate per arrestarlo e tornate dicendo “mai un uomo ha parlato così!” (7,46). Gesù non si lascia mettere all’angolo: sono loro che lo hanno catturato, legato e ora gli chiedono conto, ma egli ha già risposto a tutto, e soprattutto la radice della sua postura autorevole, libera e pacata è nella sua relazione con il Padre, che lo ha mandato, e al quale solo rende conto. La reazione dello schiaffo da parte della guardia, nel tentativo di rimetterlo in riga e di ammorbidirlo, come nel più classico copione della violenza e dell’intimidazione da parte del potere, è solo la manifestazione della sproporzione delle forze in campo: è Gesù solo ad essere pienamente e consapevolmente padrone della situazione, e a chiedere conto del senso di ciò che gli viene fatto, mentre ci si accanisce, impotenti, contro di Lui. Tante vicende della storia (e della nostra cronaca! vedi Segre!!) che raccontano la forza dei giusti davanti alla vigliaccheria dei violenti riecheggiano e trovano un senso più pieno in questa scena così umana e così divina. E qui, in modo ancora più stridente, giunge al suo esito finale il triste rinnegamento di Pietro. Mentre Gesù, interrogato a proposito dei suoi discepoli, risponde al sommo sacerdote dicendo di interrogare “quelli che hanno udito ciò che ho detto loro…”, Pietro, il primo rappresentate dei discepoli, non regge nemmeno alle domande della portinaia e dei servi radunati a scaldarsi proprio lì fuori, nel cortile. La contrapposizione non potrebbe essere più chiara e dolorosa. Pietro, inventandosi una sequela tutta sua, privo della forza di un’obbedienza alla parola di Gesù, si ritrova infiltrato in incognito, in imbarazzo, incapace di rendere conto. Ancora una volta risuona, debolissimo, il suo “non sono”: un po’ rinnegamento, un po’, di fatto, ammissione di quel che è diventato, di una consistenza ormai perduta, di un discepolato fallito. Nega tutto, anche quel luogo, il giardino, di intimità e tradimento in cui Gesù si è consegnato. Ed è qui, però, a giungere, puntualmente, il canto del gallo: a sancire il triplice, definitivo e irrimediabile rinnegamento di Pietro, che appartiene ad una notte ormai finita e già scritta, ma anche a suggerire, nella memoria della parola efficace di Gesù (“Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi” 13,36), un futuro che si apre, un giorno nuovo.