Collatio 9-11-2019

Giovanni 18,28-32

Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?».

Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

Lo spostamento dalla casa di Caifa al pretorio e il passaggio, già segnalato dal canto del gallo, dalla notte al mattino, danno inizio a una sequenza di sette piccole scene, che stanno al centro di tutto il racconto della passione, che si svolgono presso Pilato e che sono incentrate sulla regalità di Gesù. Il riferimento a Caifa, presso il quale Gesù semplicemente passa senza nessun approfondimento narrativo, non fa altro che ribadire l’importanza della sua affermazione di strategia politica, ma anche della sua inconsapevole profezia, già citata al v. 14, che continua ad aleggiare su tutto il racconto: “è meglio che un uomo solo muoia per il popolo” (11,50). Il gruppo anonimo che conduce Gesù da Pilato e che rappresenta l’autorità religiosa di Israele, non entra nel pretorio di Pilato perché il contatto con i pagani non faccia loro contrarre una impurità che renderebbe loro proibito, secondo le prescrizioni rituali, partecipare al banchetto pasquale. C’è tutta l’amara ironia dell’evangelista, nel far notare come le autorità religiose mentre si attengono alle leggi di purità, in realtà portano avanti il progetto di eliminazione, di immolazione di Gesù, lui che è “l’agnello di Dio” (1,29). Non hanno potuto determinare la sua bestemmia e quindi condannarlo alla lapidazione, a motivo del favore della folla, e ora cercano di presentarlo come un “malfattore”, un sedizioso, all’autorità romana perché sia da essa giustiziato. È qui che Pilato per prima cosa fa in modo, con la sua domanda, di sottolineare l’impotenza delle autorità religiose, che devono deferirlo a lui perché, come ammettono, in casi come questi “a noi non è consentito mettere a morte nessuno”. Nel braccio di ferro tra le autorità religiose, che vogliono servirsi di Pilato, e l’autorità civile, cui preme ridimensionare le pretese del Sinedrio, la frase con cui le autorità religiose ammettono il limite delle loro competenze suona, ancora una volta, come una paradossale profezia: sì, questo è il vero senso della legge di Dio, così come Gesù stesso ha dimostrato con la sua vita, le sue opere, le sue parole, e cioè dare la vita non toglierla (cfr. in particolare 8,1-11)! Ma in questo modo, mentre tutti, autorità religiose e Pilato, smentiscono la propria missione di vita e di giustizia per la brama di potere, è la parola di Gesù a compiersi: non sarà condannato per un delitto religioso alla lapidazione, schiacciato a terra, ma sarà condannato dall’autorità civile e “innalzato da terra” per manifestare pienamente il dono della vita per chi crede (3,14), la sua vera identità gloriosa di Figlio (8,28) e attirare tutti a sé (12,32).