Collatio 29-11-2019

Giovanni 21,20-25

Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?».

Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

Non è ancora finita. Il racconto del vangelo ha ancora qualcosa da dire. In un certo senso sembrava tutto detto in questo grande ultimo capitolo che ci ha disegnato la vita della chiesa in un percorso che dalla missione alla centralità dell’eucarestia ci indica il frutto di una sequela nell’amore fino al martirio. Ma non è tutto, perché l’intera vita della chiesa è nell’attesa della venuta del Signore: “finché io venga”. E questo rende tutto relativo a Lui. La tentazione di Pietro è quella di voltarsi per occuparsi della sorte del discepolo amato, ma non è questo il “pascere” che gli è stato affidato: “tu seguimi”. Già nell’ultima sera Pietro era dovuto passare dalla mediazione del discepolo amato, perché, “chinato sul suo petto”, chiedesse a Gesù: “chi è che ti tradisce?” (cfr. 13,21-26). Ancora una volta Pietro deve riconoscere che c’è qualcosa che non sa, e che non può controllare: “che importa a te?”. C’è un permanere misterioso del discepolo amato, sia nella testimonianza del suo vangelo che nella sua stessa persona, che è tutta in vista del ritorno, che vive di attesa e anticipa la fine, e che non può essere chiusa dentro lo spazio controllato di una istituzione, perché è un “di più”. Il vangelo stesso è l’attestazione della presenza indomabile e sovrabbondante del dono della vita in Gesù, perché rimanda a quella “parola fatta carne” che nessun libro può esaurire e che il mondo stesso non può contenere. Il vangelo di Giovanni ci consegna così questo ultimo messaggio, “aperto” al mistero: l’attesa della venuta di Gesù generata dalla conoscenza del suo amore è la presenza permanente di un richiamo ad “altro”, che va al di là anche dell’assetto sociale e storico della chiesa con le sue istituzioni, come anche di ogni possibile parola, approfondimento, teologia, spiegazione. Ormai quello Spirito effuso dalla croce permea misteriosamente il mondo e la storia e spinge ogni cosa verso la pienezza della vita nell’amore di Dio, oltre ogni umana categoria e parola: “lo Spirito soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito” (3,8).