Collatio 21-2-2020

Isaia 52,13-15

Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.

Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –,

così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Questo quarto e ultimo “canto del servo”, che oggi iniziamo ad ascoltare, porta a compimento il percorso fatto fin qui, iniziando con le stesse parole del primo oracolo sul servo: “Ecco il mio servo…”. Là, in 42,1-9, il servo era Israele, che il Signore chiama, nella forza dello Spirito, a portare “il diritto alle nazioni” senza gridare e senza abbattersi, nella consapevolezza che il Signore, attraverso Israele, sta per operare qualcosa di nuovo per tutte le nazioni. La sordità e cecità del popolo, che si ostina a non fidarsi e a non acconsentire alla chiamata (cfr. p. es. 42,18-25) impone a Dio di un “cambiamento di programma”; sorge, in mezzo a Israele, un uomo che ne accoglie la chiamata e al quale il Signore affida la missione stessa del popolo: “Mio servo, Israele sei tu!”. L’esperienza dell’inefficacia della sua opera lo prepara ad essere strumento umile e affidato nelle mani di Dio non solo per il ritorno di Israele, ma per la illuminazione e la salvezza per tutti i popoli (49,1-7). Nel terzo canto (50,4-7) è il servo che parla; egli è consapevole che questo incarico lo esporrà ad una grande tribolazione, persecuzione e irrisione da parte di molti del suo popolo, ma è disposto a lasciarsi “aprire l’orecchio”, perché proprio attraverso quella sofferenza, accettata coraggiosamente e nella certezza della presenza fedele di Dio, possa comprendere “le cose nuove” che Lui prepara per il suo popolo e per tutti. Ora, nei nostri versetti, è il Signore che per primo prende la parola, confermando il suo servo e il senso glorioso del suo cammino nella sofferenza: “Ecco il mio servo avrà successo” o anche “comprenderà” (è una traduzione possibile, quella seguita per esempio dalla versione greca dei LXX). Il Signore rivestirà della sua gloria e del suo onore il servo disprezzato e calpestato. Lo stupore davanti alla sua condizione umanamente disonorata, umiliata e irriconoscibile si trasforma in uno stupore nuovo, davanti alla scelta di Dio, che innalza proprio colui che gli uomini hanno calpestato e che anzi non riconoscono più nemmeno come simile a loro, uno “meno che umano”. Com’è possibile? Sono le nazioni a meravigliarsi e i re non sanno più che cosa dire: la loro ricerca dell’umana potenza e della propria affermazione è improvvisamente svuotata di senso, e ciò su cui si regge tutta la costruzione del potere ora crolla. E’ questa la “cosa nuova” che Israele riceve come un fatto mai raccontato e una rivelazione mai udita (cfr. 48,6-8!): c’è una luce divina misteriosa dentro la storia di quel servo sofferente, da loro perseguitato, e ora innalzato e rivestito di gloria. Anzi lui stesso ha “compreso” qualcosa dentro quell’esperienza che diventa ora il tesoro di rivelazione più prezioso affidato a Israele. Sentiremo nei versetti che seguono quale tesoro racchiude la sofferenza “gloriosa” del servo.