Collatio 17-3-2020

Isaia 61,1-4

Lo spirito del Signore Dio è su di me,
perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;

mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,

a promulgare l’anno di grazia del Signore,
il giorno di vendetta del nostro Dio,
per consolare tutti gli afflitti,

per dare agli afflitti di Sion
una corona invece della cenere,
olio di letizia invece dell’abito da lutto,
veste di lode invece di uno spirito mesto.
Essi si chiameranno querce di giustizia,
piantagione del Signore, per manifestare la sua gloria.

Riedificheranno le rovine antiche,
ricostruiranno i vecchi ruderi,
restaureranno le città desolate,
i luoghi devastati dalle generazioni passate.

La parola delle consolazione che invitava il popolo a uscire dalla schiavitù di Babilonia, era anche una chiamata per Israele a portare, nella potenza dello Spirito, “il diritto alle nazioni” (42,1); e questa vocazione del popolo era stata portata a compimento, in modo misterioso e paradossale, dal servo mite e sofferente (Is 49,1-6 e 50,4-9), messo a morte per i peccati del popolo, e al quale era stata promessa una discendenza (52,13-53,12). Ora, nella Gerusalemme di nuovo abitata, ma da un popolo indegno e peccatore, si rinnovano le promesse di salvezza per una città all’altezza della sua vocazione, e il profeta si riconosce già parte di quella discendenza promessa: “lo spirito del Signore Dio è su di me!” (cfr. 59,21). La storia del servo, in cui si è concentrata la vocazione di Israele, ha un futuro, come il Signore stesso aveva promesso (cfr. anche 44,2-3: “Non temere, Giacobbe mio servo, Iesurùn che ho eletto, poiché io verserò acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri…”). La vicenda del servo, infatti, non si esaurisce nella sua morte, ma si comunica ora, attraverso il dono del suo spirito (che è lo Spirito del Signore) al profeta e a quanti si lasciano da lui generare, per un rinnovarsi della sua consacrazione e missione verso i miseri, i cuori spezzati, gli schiavi, i prigionieri, come una preziosa eredità (54,17: “Questa è la sorte dei servi del Signore, quanto spetta a loro da parte mia”!). C’è ancora un lieto annunzio (cfr. 40,9; 41,27 e 52,7) da portare, ci sono ancora schiavi e prigionieri da liberare (cfr. 42,7 e 49,9), c’è ancora una consolazione (cfr. 40,1; 49,13; 51,3.12; 52,9) che deve raggiungere i miseri, i cuori spezzati, gli afflitti. Il profeta comprende che davanti alla condizione misera del suo popolo c’è ancora una parola di salvezza che deve compiersi, con tutta la forza dello Spirito di Dio, perché si realizzi pienamente quel ribaltamento di sorte, quella promessa di gioia, di pace e di bellezza che il cuore dei credenti attende da Dio. E così non solo attraverso il profeta, ma anche attraverso tutta la “piantagione dei giusti”, la “generazione nuova” dei discendenti spirituali del servo del Signore, può manifestarsi la gloria di Dio: nella loro compassione, nella loro opera di liberazione, nella loro fatica di riedificazione di quelle città che “generazioni passate” hanno devastato (!). Il germoglio (11,1) diventerà una quercia, anzi i “germogli delle piantagioni del Signore” (60,21), diventeranno una intera foresta di “querce di giustizia”! Ognuno di noi oggi può dire “lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione”: l’unzione di quel battesimo che ci ha inseriti in Gesù, che ci ha reso partecipi del suo Spirito (Gv 20,22-23), che ci ha rivestiti del suo profumo di Figlio, che ci invia ai fratelli a portare il suo perdono, la sua liberazione, la sua consolazione, la sua salvezza. È l’anno (chi lo direbbe?) di grazia del Signore (Lc 4,18-21). Provare per credere (o credere per provarlo).