Collatio 4-4-2020

Isaia 66,18b-24

«Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue;
essi verranno e vedranno la mia gloria.

Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti.

Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari, al mio santo monte di Gerusalemme – dice il Signore –, come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore.

Anche tra loro mi prenderò sacerdoti leviti, dice il Signore.

Sì, come i nuovi cieli
e la nuova terra, che io farò,
dureranno per sempre davanti a me
– oracolo del Signore –,
così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome.

In ogni mese al novilunio,
e al sabato di ogni settimana,
verrà ognuno a prostrarsi
davanti a me, dice il Signore.

Uscendo, vedranno i cadaveri degli uomini
che si sono ribellati contro di me;
poiché il loro verme non morirà,
il loro fuoco non si spegnerà
e saranno un abominio per tutti».

“Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno” (40,5): così il Secondo Isaia aveva dato inizio alla sua profezia. E ora, a conclusione di tutto il libro, il compimento di quella parola lo si vede all’orizzonte, in un radunarsi di tutto e di tutti, per opera di Dio, sul santo monte di Dio, come atteso già fin dall’inizio: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti…” (2,1-5). La speranza è quella di una convergenza universale, operata da Dio, che manifesti la sua gloria, e cioè fare di tutti i popoli un’unica famiglia umana, che faccia salire a Dio il vero culto spirituale a lui gradito (Rm 12,1-2): una vita salvata, risanata, santificata, nella giustizia e nella fraternità. Cammini diversissimi (cavalli, carri, portantine, muli, dromedari…) che dentro la storia misteriosamente sono condotti da Dio, in mille modi, per ritrovarci tutti nella città in cui ogni ricchezza è offerta e condivisa. Cieli e terra, non più testimoni dell’iniquità e del tradimento di Israele (Is 1,2!), ma fatti “nuovi” da Dio (cfr. Ap 21,1) per accogliere la discendenza dei servi fedeli, in uno scorrere del tempo nuovo e santificato. Eppure la parola profetica non vuole congedarsi da noi semplicemente con un “happy end” universale e consolatorio; è lì fino all’ultimo a ricordarci che da tanta bellezza si può rimanere esclusi, e che tutto si gioca ora, per ciascuno di noi, nella disponibilità a lasciarci davvero toccare, aprire, anche “schiaffeggiare” da un Parola altra che ci invita a conversione. Ne va della nostra vita, della consistenza vera della nostra speranza, dell’autenticità del cammino di ogni giorno, che non dovrà essere così ipnotizzato dalla consolazione futura da trascurare il presente dei nostri passi e della nostra responsabilità, affinché possiamo ritrovarci sul serio, tutti, nella città santa che ci attende.