Collatio 13-05-2020

Atti 7,35-43

Questo Mosè, che essi avevano rinnegato dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice?”, proprio lui Dio mandò come capo e liberatore, per mezzo dell’angelo che gli era apparso nel roveto.

Egli li fece uscire, compiendo prodigi e segni nella terra d’Egitto, nel Mar Rosso e nel deserto per quarant’anni. Egli è quel Mosè che disse ai figli d’Israele: “Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me”. Egli è colui che, mentre erano radunati nel deserto, fu mediatore tra l’angelo, che gli parlava sul monte Sinai, e i nostri padri; egli ricevette parole di vita da trasmettere a noi. Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, anzi lo respinsero e in cuor loro si volsero verso l’Egitto, dicendo ad Aronne: “Fa’ per noi degli dèi che camminino davanti a noi, perché a questo Mosè, che ci condusse fuori dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono un sacrificio all’idolo e si rallegrarono per l’opera delle loro mani. Ma Dio si allontanò da loro e li abbandonò al culto degli astri del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti:
Mi avete forse offerto vittime e sacrifici
per quarant’anni nel deserto, o casa d’Israele?
Avete preso con voi la tenda di Moloc
e la stella del vostro dio Refan,
immagini che vi siete fabbricate per adorarle!
Perciò vi deporterò al di là di Babilonia.

L’invio di Mosè da parte del Signore merita ora una riflessione da parte di Stefano, che ci tiene a sottolineare come egli sia mandato agli Israeliti come “capo e liberatore”, proprio lui che quarant’anni prima era stato da loro rifiutato con queste parole: “chi ti ha costituito capo e giudice?”. C’è dunque un capovolgimento e una smentita da parte del Signore: essi sono chiamati ad accettare come strumento della loro liberazione proprio colui che avevano rinnegato! E qui c’è una costante dell’agire di Dio, che Luca ha già ben mostrato fin dalla pagina con cui ha inaugurato la missione di Gesù: nella sinagoga Nazareth Egli si era offerto come il consacrato inviato per la liberazione e l’anno di grazia, nel momento stesso in cui è fatto oggetto di rifiuto, poiché “nessun profeta è bene accetto nella sua patria” (Lc 4,16-30). Questa “costante” si verifica proprio ora nel rapporto tra Stefano e i suoi accusatori! Dio che, come avevamo letto, dice “ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli”, non ha a che fare con un popolo che è solo vittima di ingiustizia: la sua schiavitù è più profonda e riguarda relazioni di oppressione anche all’interno del popolo. Per questo liberare significa avere come avversario non solo il Faraone, ma anche il popolo stesso, che non ne vuole sapere di essere liberato! Accettare come liberatore colui che abbiamo rifiutato (Mosè, Gesù, Stefano…) significa accettare anche la nostra complicità con il male di cui siamo vittime! Per questo non c’è liberazione senza ammissione del nostro peccato, senza pentimento, senza conversione. Anche ora nella persona di Stefano, come allora per Mosè, il Signore sta dando una chance di salvezza! A Mosè ha parlato un angelo sul Sinai, così come ora, guardando il volto di Stefano, tutti possono vedere “come un volto di angelo” (6,15). Mosè compì “prodigi e segni”, come, si era detto, Stefano “operava prodigi e segni” (6,8) in continuità con Gesù (2,22) e gli apostoli (2,43; 4,30; 5,12). Stefano richiama i suoi ascoltatori ad accogliere l’agire di Dio, che si manifesta attraverso i suoi inviati, proprio nel momento in cui questi sono rifiutati. Stefano, il cui volto è come di angelo, ospita e comunica la presenza stessa di Dio (il suo volto è fiammeggiante, non è un volto “carino e dolce”, come noi diremmo di uno che “ha un volto d’angelo”!!) e quello che fa’ contiene la potenza (prodigi) e l’appello (segni) del Signore. È Gesù certo, ma anche Stefano stesso quel “profeta come me” che, come dice Mosè, Dio farà sorgere tra i suoi fratelli. E come “i nostri padri” non diedero ascolto a Mosè, così ora è Stefano che respingono, e in Lui Gesù. Perché ora è Stefano che, come angelo, ha “parole viventi” da parte del Signore. L’esito di questa ostinazione, di questo rifiuto ad ascoltare e a riconoscersi bisognosi di liberazione, è tornare in Egitto “nei cuori”, non disposti a sopportare ciò che va oltre il proprio orizzonte e non si riesce a controllare (“non sappiamo che cosa sia accaduto…”) e con la pretesa di riappropriarsi interamente del proprio destino (“fa’ per noi degli dèi che camminino davanti a noi…”). Rifiutare quell’operare di Dio nella storia che è fatto di “prodigi e segni” (e quindi un operare “aperto”, che ospita un’efficacia “altra” e indica la relazione con qualcun’altro…), significa tornare a un operare piatto, a due dimensioni, interamente umano, prevedibile e autoreferenziale: “si rallegrarono per l’opera delle loro mani”. Un’opera che non è più “segno”, perché parla solo delle mani di chi la realizza, si riduce a una propria identificazione, e quindi infine ad oggetto di adorazione. Questo è l’appiattimento idolatrico, che Israele sempre rischia, anche nel suo rapporto con il suo tempio e la sua liturgia, nel momento in cui non è più “segno”, ma “opera delle sue mani”. Ne sono testimoni costanti i profeti, come questo testo di Amos, che vale la pena di ascoltare anche un po’ più in ampio, e che è una requisitoria contro un popolo che fa’ dei suoi riti e istituzioni, sganciati dalla fede e da una vita nella giustizia, il proprio vanto: “Io detesto, respingo le vostre feste solenni e non gradisco le vostre riunioni sacre; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco le vostre offerte, e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo. Lontano da me il frastuono dei vostri canti: il suono delle vostre arpe non posso sentirlo! Piuttosto come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne. Mi avete forse presentato sacrifici e offerte nel deserto per quarant’anni, o Israeliti? Voi avete innalzato Siccut come vostro re e Chiion come vostro idolo, e Stella come vostra divinità: tutte cose fatte da voi. Ora, io vi manderò in esilio al di là di Damasco” (Am 5,21-27). L’antico grido di accusa che si leva per voce del profeta ora risuona, dalla labbra di Stefano, verso coloro che mentre difendono il tempio e le istituzioni di Israele, non si avvedono di come stanno ripercorrendo le stesse strade di disobbedienza, di ostinazione e di violenza dei loro padri contro Mosè. E dobbiamo riconoscerlo… oggi come allora, nella Chiesa come in Israele, appropriarsi delle cose di Dio, anche le più sante, facendole diventare l’emblema della nostra identità da difendere, significa profanarle con la propria violenza idolatrica e appiattirle a “opera delle nostre mani”, soffocando quella presenza sempre nuova di “prodigi e segni” che il Signore ci dona per la nostra vera liberazione.