Collatio 15-05-2020

Atti 7,44-53

Nel deserto i nostri padri avevano la tenda della testimonianza, come colui che parlava a Mosè aveva ordinato di costruirla secondo il modello che aveva visto. E dopo averla ricevuta, i nostri padri con Giosuè la portarono con sé nel territorio delle nazioni che Dio scacciò davanti a loro, fino ai tempi di Davide.

Costui trovò grazia dinanzi a Dio e domandò di poter trovare una dimora per la casa di Giacobbe; ma fu Salomone che gli costruì una casa. L’Altissimo tuttavia non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo, come dice il profeta:
Il cielo è il mio trono
e la terra sgabello dei miei piedi.
Quale casa potrete costruirmi, dice il Signore,
o quale sarà il luogo del mio riposo?
Non è forse la mia mano che ha creato tutte queste cose?
Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata».

Già al versetto 38 Stefano aveva richiamato, con una bellissima espressione (“nella chiesa nel deserto”, tradotta in italiano con “mentre erano radunati nel deserto”), a quella vicenda del popolo di Dio in cammino sotto la guida di Mosè verso la terra della libertà, che fa da riferimento fondamentale per la comprensione dell’identità e della vocazione propria di Israele. È a quella memoria che Israele deve sempre tornare per comprendere il senso di ciò che sta vivendo. E così Stefano ricorda come l’esperienza originaria, sulla base della quale sarà poi anche costruito il tempio che ora viene così ostinatamente difeso dai suoi accusatori, è l’edificazione di una tenda, secondo il modello rivelato a Mosè sul monte, in grado di seguire il popolo nelle sue peregrinazioni. Non dunque un edificio statico, ma una presenza “mobile” della gloria, destinata così, attraverso il cammino del popolo, a tutte le nazioni. Non una presenza, “confinata” in un luogo “sacro”, ma laicamente alleata ad un popolo viandante, intrecciata alle sue vicende dentro la storia. Perfino Davide, che trovò grazia davanti a Dio, secondo Stefano non chiese di edificare il tempio, ma “di poter trovare una dimora per la casa di Giacobbe”, cioè di poter abitare lui e il suo popolo sempre davanti al Signore in pace. Fu invece Salomone a edificare il tempio, ma non certo come abitazione per Dio: la citazione di Isaia lo dice con forza, come già anche la stessa preghiera di Salomone in occasione della costruzione del tempio (cfr. 1 Re 8,27: “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!”). Se dunque Israele vuole essere fedele alla sua vocazione di popolo chiamato da Dio a camminare nella fede, non deve ostinarsi a fare del tempio e delle sue istituzioni religiose il baluardo della sua identità, come se “contenessero” il Signore, ma lasciarsi toccare e convertire dal soffio dello Spirito, dall’azione di salvezza che ora il Signore realizza, Lui che guida la storia, in modo nuovo e inaspettato, per coloro che sanno riconoscerla e accoglierla. E questa salvezza si offre, però, come un giudizio: “Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie…”. Non è Stefano che parla: egli solo prolunga la parola che Dio aveva pronunciato attraverso il profeta, e che ora si rivolge ai suoi accusatori. Stefano porta, dolorosamente, la parola che svela l’ostinazione e il peccato, il tradimento della vocazione di popolo di Dio (“incirconcisi”), che tutta la storia narrata ha ricordato e che ora di nuovo si realizza: “voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo, come i vostri padri così siete anche voi”. Il racconto di Stefano ha semplicemente svelato la continuità di ciò che ora si compie, con la storia dei padri. Per Stefano la storia non è maestra di vita, nel senso che ci rende possibile evitare gli errori che i padri commisero. Questo in fondo è sempre l’inganno di ogni “riformatore” (ricordate Elia, che dopo aver pensato di fare piazza pulita degli idolatri, pieno di paura deve ammettere “non sono migliore dei miei padri…” 1Re 19,4) o di ogni “ipocrisia religiosa” (Lc 11,47-51!). No, per Stefano la storia è maestra in altro senso; è rivelazione dell’agire di Dio e del cuore dell’uomo, del nostro come di quello di coloro che ci hanno preceduto: “come i vostri padri, così siete anche voi”. Il punto non è cercare di eccepire da questa “regola”, pensare di smarcarsi contando sulla propria maggiore intelligenza o virtù, ma lasciarci raggiungere da tutto il dolore di Dio, dal suo amore ferito svelato da questa parola, e arrendersi ad un giudizio che solo può salvarci. Una parola che svela tutta la chiusura (“opponete resistenza”), la menzogna (“traditori”) e la violenza (“uccisori”) del nostro cuore, che rende ridicolo e osceno ogni tentativo di ostentazione della nostra giustizia, di una esibita osservanza della legge, di cui perfino Israele deve denunciarsi trasgressore (cfr. Rm 2!). Anche per noi quella “chiesa nel deserto” è il luogo di nascita e il modello del cammino, che giudica e mette continuamente in discussione le “costruzioni” che ci danno sicurezza e nelle quali pretendiamo di “rinchiudere Dio”; ma così anche noi non facciamo che “opporre resistenza allo Spirito Santo”, perché dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà!