Collatio 20-05-2020

Atti 8,18-25

Simone, vedendo che lo Spirito veniva dato con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro dicendo: «Date anche a me questo potere perché, a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo».

Ma Pietro gli rispose: «Possa andare in rovina, tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con i soldi il dono di Dio! Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Convèrtiti dunque da questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore. Ti vedo infatti pieno di fiele amaro e preso nei lacci dell’iniquità». Rispose allora Simone: «Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto». Essi poi, dopo aver testimoniato e annunciato la parola del Signore, ritornavano a Gerusalemme ed evangelizzavano molti villaggi dei Samaritani.

È passato un attimo, e Simone, ora che Filippo con l’arrivo degli apostoli è passato sullo sfondo, sembra tutto interessato a loro, e cercare di prendersi quel potere che vede dispiegarsi attraverso di loro. Mentre Filippo compiuto il suo servizio lascia spazio a Pietro e Giovanni, Simone ha invece interesse a “scalare” quella che ai suoi occhi è una gerarchia e impadronirsi di quel potere spirituale. Non ci sono altrove negli Atti parole così dure come quelle che Pietro spendi qui per ammonire Simone: con il suo tentativo di “comprarsi il dono” va’ a toccare un punto essenziale del Vangelo. Accettare di navigare in territori ambigui, significa anche saper discernere dove sta il cuore di tutto, qual è il fondamento sul quale ogni cosa resta salda: ora questo punto “intoccabile” del Vangelo e che non può essere adulterato in alcun modo è l’annuncio di una grazia in Gesù che è puro dono. È un dono che ci fa nascere alla fede in Gesù ed è solo nella gratuità che questa fede può esprimersi. Questa logica della grazia tocca, giudica e purifica ogni cuore, ogni intenzione di possesso, di appropriazione, di privatizzazione di un dono che può essere solo accolto, servito, condiviso: “il tuo cuore non è retto davanti a Dio, convèrtiti dunque da questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore!”. Atti non ci dice come va a finire la vicenda di Simone; fino alla fine, in questa terra “confusa”, anche su di lui il giudizio rimane sospeso. Certo la sua richiesta agli apostoli di intercedere per lui ha un tono che sembra più la paura di un mago per la ritorsione di maghi più forti di lui, che il riconoscimento della sua intima iniquità e la conversione al movimento imprendibile e gratuito dello Spirito. Neppure gli apostoli non sembrano preoccupati di dare una sentenza finale. È ora di tornare a Gerusalemme, e questo viaggio di ritorno è anche l’occasione di evangelizzare “molti villaggi dei Samaritani”: nonostante le nuove sfide e difficoltà ormai il Vangelo è uscito dagli stretti confini di Israele. La chiesa camminando e incontrando nuovi contesti complessi comprende anche con più profondità la portata del Vangelo di Gesù, ne precisa i contorni, ne coglie meglio lo specifico: i segni prodigiosi li fanno anche altri, ma il Vangelo trasforma il cuore e lo rende capace di umile servizio, di vera gratuità e di amore.