Collatio 12-6-2020

Atti 14,1-7

Anche a Icònio essi entrarono nella sinagoga dei Giudei e parlarono in modo tale che un grande numero di Giudei e di Greci divennero credenti.

Ma i Giudei, che non avevano accolto la fede, eccitarono e inasprirono gli animi dei pagani contro i fratelli. Essi tuttavia rimasero per un certo tempo e parlavano con franchezza in virtù del Signore, che rendeva testimonianza alla parola della sua grazia e concedeva che per mano loro si operassero segni e prodigi. La popolazione della città si divise, schierandosi alcuni dalla parte dei Giudei, altri dalla parte degli apostoli. Ma quando ci fu un tentativo dei pagani e dei Giudei con i loro capi di aggredirli e lapidarli, essi lo vennero a sapere e fuggirono nelle città della Licaònia, Listra e Derbe, e nei dintorni, e là andavano evangelizzando.

Giunti a Iconio (che a motivo della posizione è, adesso come allora, un importante snodo di comunicazione) gli apostoli continuano a rivolgersi prima di tutto, durante la preghiera in sinagoga, alla comunità giudaica presente, secondo la prassi già descritta ad Antiochia. E anche qui la loro predicazione ha nell’immediato un notevole successo sia presso i Giudei che fra i “Greci”; è bello notare come per Luca gli apostoli abbiano un “modo” di parlare che apre alla fede, alla fiducia in Dio! Ed anche qui oltre all’accoglienza c’è il rifiuto e un’opera di contrasto, che in particolare questa volta si esprime in un’influenza negativa nei confronti dei “gentili” da parte di quella parte di Giudei che non “obbediscono” (così è letteralmente, perché per la bibbia credere è sempre anche un atto di sottomissione alla volontà di bene di Dio). Dunque, o Israele, obbedendo a Dio, diviene strumento di attrazione verso di Lui per tutti i popoli, o si pone come ostacolo che delegittima la grazia e la novità di Dio, influenzando negativamente anche l’anima di chi “si avvicina” (non è così anche per le nostre comunità…?). Nonostante le difficoltà gli apostoli decidono di rimanere, perseverando con coraggio e libertà nell’annuncio del Vangelo, non per eroismo o ostinazione, ma perché “il Signore rendeva testimonianza alla parola della sua grazia…”. Gli apostoli hanno questo modo di procedere: cercare di seguire docilmente la guida del Signore nel loro andare e nel loro rimanere, come Israele nel deserto guidato dalla nube (cfr. Nm 9,15-23). La testimonianza del Signore stesso che conferma con segni e prodigi la loro predicazione è il segno che devono ancora rimanere per un po’. È molto significativa l’espressione “parola della grazia” per indicare il Vangelo, e forse ci aiuta anche a comprendere meglio l’opposizione che incontra. Luca l’aveva già usata per descrivere le parole di Gesù nel suo primo annuncio nella sinagoga di Nazareth in 4,22. E anche là ad un primo momento di accoglienza meravigliata era seguito un violento rifiuto. Cosa c’è in questa “parola della grazia” che suscita tanta avversione? In questo non ci aiuta certo il quadretto stereotipato dei Giudei “perfidi” che non vedono l’ora di ostacolare Gesù e i suoi discepoli (ma non sono giudei anch’essi?), e che non sono altro che farisei ipocriti. Quali sono allora le loro ragioni? E in che modo appartiene anche a ciascuno di noi qualcosa di quel rifiuto? A Gerusalemme avevamo visto (soprattutto nello scontro emblematico con Stefano) che l’opposizione giudaica al vangelo ha a che fare con la difesa delle proprie istituzioni religiose (simboleggiate prima di tutto dal tempio). Qui, in terra di diaspora, in mezzo alle genti, tutto ruota intorno alla preghiera in sinagoga, alla centralità della Legge (non del culto), e quindi al primato della pratica della giustizia. Qui la minaccia del vangelo non è tanto avvertita per la sua capacità di destrutturare le istituzioni religiose (annunciando il culto nuovo, in Spirito e verità, nella relazione con Gesù morto e risorto), quanto di vanificare lo sforzo morale della pratica dei comandamenti in nome di una salvezza offerta gratuitamente a tutti! E qui c’è una contraddizione radicale, uno “scisma” (così letteralmente), una frattura: c’è una vita che è costruzione di una propria giustizia basata sul merito (e fuori tutti gli altri!), e c’è una salvezza donata gratuitamente a tutti, a partire da tutti gli “immeritevoli” e i peccatori (come appunto i “pagani”), che fonda una vita nuova, una vita che non pretende nulla ma che è solo rendimento di grazie. Siamo sicuri che non ci sia anche in noi un po’ di questa interpretazione “meritocratica” della salvezza? Anche qui, a Iconio, comunque arriva il tempo di levare le tende. La testimonianza è stata data fino in fondo. Ora, davanti alla minaccia di morte, gli apostoli riprendono il cammino, che è sempre ancora, e ovunque, portare la buona notizia dell’amore di Dio che salva in Gesù.