Collatio 23-6-2020

Atti 16,6-15

Attraversarono quindi la Frìgia e la regione della Galazia, poiché lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia. Giunti verso la Mìsia, cercavano di passare in Bitìnia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, lasciata da parte la Mìsia, scesero a Tròade.

Durante la notte apparve a Paolo una visione: era un Macèdone che lo supplicava: «Vieni in Macedonia e aiutaci!». Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo.
Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni. Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.

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Sì, può succedere anche questo: che “lo Spirito Santo impedisca di proclamare la Parola” in un particolare luogo. Magari una malattia, una incidente di viaggio… così anche per quanto riguarda l’intenzione di andare verso nord in Bitinia, succede qualcosa che impedisce i piani, ma che viene accolto con altrettanta prontezza e docilità: “lo Spirito di Gesù non lo permise loro”. Paolo e i suoi compagni non vanno a caso, hanno delle mete e dei progetti di viaggio, ma sanno anche leggere le situazioni concrete del percorso non semplicemente come dei contrattempi o degli ostacoli frustranti, ma come la concretezza della signoria di Gesù sulla loro missione: sanno che non appartiene a loro, che sono servitori di una opera dello Spirito che li guida. Non stanno lì a perdere del tempo amareggiandosi per il fallimento dei loro progetti: “lasciata da parte la Misia, scesero a Troade”. L’unica strada che si apre loro è in questa cittadina sulla costa, difficile da raggiungere, che sembra un po’ un vicolo cieco. Ma ecco che nella notte, in sogno, qualcosa di più profondo emerge dalla coscienza di Paolo: è la figura di un Macedone, che lo supplica in nome della sua gente di raggiungerli per aiutarli. Eccoci davanti ad un altro passaggio. Il vangelo sta per entrare in Europa, in risposta ad una richiesta di aiuto. Sempre più lontano da Gerusalemme, sempre più immersi nel mondo delle “genti”. È bella questa richiesta così semplice e diretta, che Paolo sente rivolta a sé. Il vangelo che porta non è prima di tutto una dottrina o un codice morale: è un soccorso, una mano tesa che strappa dalla solitudine, dal non senso, dalla tristezza, una potenza di liberazione dal male, dal peccato e dalla morte. “Subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo”: l’indicazione è chiara, senza tante paure o nostalgie, non resta che partire. Qui comincia il primo dei quei brani raccontati in prima persona plurale, e che da questo momento caratterizzeranno la narrazione degli Atti. Non sappiamo se questo è un segnale che indica la presenza di Luca stesso nella comitiva, o la memoria diretta di un compagno di Paolo che Luca ha voluto conservare. In ogni caso è la preziosa testimonianza (riguardante in particolare i viaggi in mare) di qualcuno che ha partecipato alla missione insieme a Paolo. Il viaggio giunge a Filippi (vedi cartina), e dopo alcuni giorni (evidentemente si guardano intorno, cercano di capire dove sono capitati… non è un’evangelizzazione senza criterio) si rendono conto che non c’è una sinagoga, ma che la comunità dei giudei si riunisce di sabato presso il fiume, dove si possono fare le abluzioni prima della preghiera. Ancora una volta lo notiamo: la predicazione non è “a tappeto”, ma a partire dai luoghi più favorevoli e affini, cioè dalla presenza di una comunità ebraica. Di fatto i missionari trovano riunite delle donne, e rivolgono a loro la parola. Tra loro in particolare c’è Lidia, una “credente in Dio”, cioè una proselita, simpatizzante del giudaismo, una donna benestante, probabilmente vedova, commerciante di porpora, di Tiatira (in Asia minore, a un centinaio di chilometri da Efeso, famosa per la fabbricazione e colorazione delle lane). Luca dice che “il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo”, come in Lc 24,45 Gesù risorto “aprì la mente” dei discepoli. La fede, celebrata nel battesimo, genera anche qui relazioni nuove di ospitalità e di amicizia, di comunione, come nella prima comunità di Gerusalemme. È bellissima la nota finale “ci costrinse ad accettare”, che parla non solo della tipica insistente ospitalità mediorientale (nella bibbia ci sono tanti esempi a partire da Abramo in 18,2-5), ma anche della necessità, riconosciuta e accolta dai missionari, di tradurre in gesti concreti, in vita, in relazione, in condivisione, il dono della fede. Anche i discepoli di Emmaus avevano “costretto” Gesù (c’è proprio lo stesso verbo, qui tradotto “insistettero”!), travestito da straniero, ma con una parola che aveva fatto ardere il loro cuore, a rimanere con loro (Lc 24,29).