Collatio 27-6-2020

Atti 17,1-9

Percorrendo la strada che passa per Anfìpoli e Apollònia, giunsero a Tessalònica, dove c’era una sinagoga dei Giudei.

Come era sua consuetudine, Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: «Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio». Alcuni di loro furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un grande numero di Greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà. Ma i Giudei, ingelositi, presero con sé, dalla piazza, alcuni malviventi, suscitarono un tumulto e misero in subbuglio la città. Si presentarono alla casa di Giasone e cercavano Paolo e Sila per condurli davanti all’assemblea popolare. Non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli dai capi della città, gridando: «Quei tali che mettono il mondo in agitazione sono venuti anche qui e Giasone li ha ospitati. Tutti costoro vanno contro i decreti dell’imperatore, perché affermano che c’è un altro re: Gesù». Così misero in ansia la popolazione e i capi della città che udivano queste cose; dopo avere ottenuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li rilasciarono.

Si continua a viaggiare verso ovest, sulla Via Egnatia (che da Roma, passando per Brindisi e poi per Durazzo o Valona, arriva fino a Bisanzio tagliando sulla direttrice est-ovest la Macedonia). Paolo e i suoi compagni giungono così a Tessalonica (oggi Salonicco), capitale della Macedonia, città portuale e commerciale, dove era presente un’importante colonia ebraica, con la sua sinagoga. Il metodo segue sempre lo stesso iter: Paolo comincia dalla comunità ebraica radunata in sinagoga per la preghiera. È lì che deve innanzitutto risuonare l’annuncio di Gesù, il messia promesso e inviato da Dio prima di tutto al suo popolo. Questa volta Luca sottolinea come qui a Tessalonica Paolo per ben tre sabati discuta con i suoi connazionali “sulla base delle Scritture”. È interessante notare quanta differenza c’è, per esempio, tra l’annuncio fatto a Filippi al carceriere pagano, che si apre al vangelo a partire dalla testimonianza di questi cristiani che pur potendo fuggire rimangono e gli salvano la vita, rispetto all’annuncio fatto agli altri ebrei, popolo di Dio, che conoscono le Scritture e attendono la sua salvezza. Il vangelo dell’amore di Dio in Gesù non è un messaggio preconfezionato uguale per tutti; si modula a seconda dei destinatari, di dove sono, di quello che sono in grado di comprendere e di quanto sono pronti ad accogliere. Paolo dunque qui cerca di comunicare ai Giudei due cose: prima di tutto che le Scritture mostrano come il Cristo (cioè il Messia atteso) non viene secondo la forza del mondo per dare a Israele una liberazione e una supremazia politica e militare sulle genti, ma viene accettando di portare su di sé il peso del peccato, del male e dell’ingiustizia del mondo fino a dare la vita per noi e attendendo da Dio una liberazione che è risurrezione e vita nuova. La seconda cosa che Paolo dice loro è l’annuncio vero e proprio: ora che vi ho mostrato il profilo vero e più profondo del Messia secondo le Scritture, ecco, egli si è manifestato per voi nella persona di Gesù! Anche qui, ovviamente, l’annuncio è un appello che viene liberamente accolto da qualcuno e da altri no: ci sono alcuni giudei e molti “greci credenti in Dio” (sono sempre i cosiddetti proseliti, cioè pagani che però hanno già aderito alla fede di Israele e quindi ne conoscono le Scritture e ne condividono la preghiera e le pratiche), con la sottolineatura che Luca fa di “non poche donne della nobiltà”. Già nel vangelo Luca aveva voluto indicare in varie circostanze la svolta che Gesù aveva fatto accogliendo tra i discepoli delle donne. E anche negli Atti abbiamo visto come le donne abbiano un ruolo importante: l’ultimo esempio è stato il caso di Lidia a Filippi, punto di riferimento e guida della comunità! Di fatto questo annuncio, che smuove le sicurezze, allarga i confini, libera e promuove nuove dinamiche e leadership, trova il muro di questi “Giudei” che, come avevamo già visto in precedenza (5,17 e 13,45), sono mossi dallo “zelo” (ancora una volta tradotto con un fiacco “ingelositi”), cioè dalla difesa fino alla violenza del proprio assetto religioso: è necessario fermare questo pericoloso movimento, che rimette tutto in discussione, con qualsiasi mezzo! Qui addirittura i Giudei si avvalgono di “uomini di piazza, cattivi”: brutti ceffi, abituati a sollevare le piazze per indurre le autorità a intervenire per ristabilire l’ordine. Sono sempre un po’ le stesse dinamiche del potere: creare l’allarme per legittimare l’uso della forza, la sospensione dei diritti e l’eliminazione dei personaggi scomodi. Qui qualcosa però gioca a favore degli apostoli, che non vengono trovati. Forse sulla scorta dei precedenti avvenimenti si sono fatti più furbi, o forse quanti hanno creduto e si sono uniti a loro hanno trovato il modo di nasconderli. In ogni caso l’effetto è quello di una ricerca frustrata: quella di chi vuole chiudersi nella difesa dei propri equilibri a tutti i costi, e proprio per questo rimane deluso il suo tentativo di afferrare il movimento dello Spirito. Qui per la prima volta a soffrire della violenza di un mondo religioso che si chiude non sono dunque direttamente gli apostoli, che “sfuggono”, ma coloro che hanno creduto e sono così divenuti “fratelli”, consorti del vangelo e uniti in una nuova intima comunione tra loro: sono Giasone e gli altri (gente benestante, che può pagare una cauzione per uscire di prigione). L’accusa non è diretta, ma un tentativo di manipolare il potere civile (come nel caso di Gesù stesso), in un modo tra l’altro non solo falso, ma paradossale: o Gesù è morto, e non può certo attentare al potere dell’imperatore, o è vivo, e allora il vangelo degli apostoli è vero! In ogni caso la dinamica è sempre quella: nella misura in cui ci chiudiamo al movimento dello Spirito e alla sua novità di vita, cominciamo ad appellarci e a nasconderci dietro le false certezze dei “decreti dell’imperatore”. Qualcosa di vero c’è: il potere del mondo è messo in discussione nelle sue fondamenta dalla regalità di amore di Gesù, testimoniata dai discepoli delle beatitudini. E allora il rifiuto del vangelo usa le sue armi: generare ansia, impaurire, perché i cuori si chiudano all’amore.