Collatio 17-7-2020

Atti 21,15-26

Dopo questi giorni, fatti i preparativi, salimmo a Gerusalemme. Vennero con noi anche alcuni discepoli da Cesarèa, i quali ci condussero da un certo Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora, dal quale ricevemmo ospitalità.

Arrivati a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero festosamente. Il giorno dopo Paolo fece visita a Giacomo insieme con noi; c’erano anche tutti gli anziani. Dopo aver rivolto loro il saluto, si mise a raccontare nei particolari quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo del suo ministero. Come ebbero ascoltato, davano gloria a Dio; poi dissero a Paolo: «Tu vedi, fratello, quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede e sono tutti osservanti della Legge. Ora, hanno sentito dire di te che insegni a tutti i Giudei sparsi tra i pagani di abbandonare Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire più le usanze tradizionali. Che facciamo? Senza dubbio verranno a sapere che sei arrivato. Fa’ dunque quanto ti diciamo. Vi sono fra noi quattro uomini che hanno fatto un voto. Prendili con te, compi la purificazione insieme a loro e paga tu per loro perché si facciano radere il capo. Così tutti verranno a sapere che non c’è nulla di vero in quello che hanno sentito dire, ma che invece anche tu ti comporti bene, osservando la Legge. Quanto ai pagani che sono venuti alla fede, noi abbiamo deciso e abbiamo loro scritto che si tengano lontani dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, da ogni animale soffocato e dalle unioni illegittime».
Allora Paolo prese con sé quegli uomini e, il giorno seguente, fatta insieme a loro la purificazione, entrò nel tempio per comunicare il compimento dei giorni della purificazione, quando sarebbe stata presentata l’offerta per ciascuno di loro.

Paolo e i suoi compagni giungono a Gerusalemme, accompagnati da alcuni discepoli di Cesarea. Con una certa sorpresa, soprattutto rispetto alle manifestazioni di affetto ricevute dalle altre comunità cristiane durante il viaggio, ci rendiamo subito conto che l’accoglienza da parte della chiesa di Gerusalemme è un po’ fredda: sono gli stessi discepoli di Cesarea a trovare per Paolo e gli altri un alloggio presso un discepolo originario di Cipro (come Barnaba), un certo Mnasone (che anche dal nome è ben riconoscibile come un giudeo ellenistico), che fin dal primo momento era divenuto credente. Qui Paolo e gli altri ricevono una festosa accoglienza. Ma è solo il giorno successivo che decidono di incontrare i responsabili della chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme: Giacomo e “tutti gli anziani” riuniti. La scena narrata da Luca tradisce una certa formalità: Paolo saluta e racconta per filo e per segno come Dio ha operato tra i pagani attraverso il suo servizio (abbiamo visto tante volte come questi “report” siano essenziali al dinamismo missionario), ma dopo un generico “davano gloria a Dio” quel che viene detto a Paolo ci lascia un po’ perplessi. La situazione non è affatto favorevole per lui: forse anche con un po’ di apprensione nei suoi confronti, Giacomo e gli anziani gli rappresentano una situazione della chiesa molto delicata e potenzialmente esplosiva contro di lui. La Chiesa di Gerusalemme è molto cambiata: rispetto a quella comunità che era “un cuore e un’anima sola”, e la cui testimonianza coraggiosa e attrattiva l’aveva esposta ad una ostilità dei Giudei sempre più grave fino alla esplicita persecuzione e alla dispersione di molti, ora il clima è profondamente mutato. Già dopo il primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba la preoccupazione della Chiesa di Gerusalemme era conciliare il vangelo dato a tutti con l’identità giudaica, e per questo si erano riuniti e, soprattutto attraverso l’intervento di Pietro, si era trovata una strada di libertà e di comunione. Ma essere chiesa in una Gerusalemme centro spirituale del giudaismo aveva comunque significato dover trovare un modus vivendi che contemperasse l’identità di discepoli di Gesù con il contesto giudaico, il tempio, e le tradizioni di Israele. Del resto, come dice Giacomo, “migliaia di Giudei sono venuti alla fede” e, evidentemente, interpretano il loro essere discepoli in piena continuità con l’identità giudaica. Anzi, questi non sono solo “osservanti della Legge”, come traduce debolmente la CEI, ma “zelanti della legge”: questo termine era stato usato da Luca fin qui per descrivere l’atteggiamento dei Giudei che si sentivano minacciati dalla predicazione dei discepoli di Gesù, e si ergevano difensori delle loro tradizioni religiose fino alla violenza (cfr. 5,17; 13,45; 17,5)! Come è possibile che questi Giudei divenuti discepoli non semplicemente osservino la Legge ma siano “zelanti della Legge” più che di Gesù e del vangelo…? Non solo: tra loro si è sparsa la notizia che Paolo, in giro per il mediterraneo, istigherebbe i Giudei sparsi in mezzo ai pagani e divenuti credenti ad “abbandonare Mosè”, la circoncisione e gli usi tradizionali. Insomma la situazione è tesa, perché una cattiva fama ha preceduto l’arrivo di Paolo. La “macchina del fango” e la campagna di odio, alimentata dalla paura, non è ovviamente un’invenzione dei social, e non risparmia neppure (lo sappiamo bene) la Chiesa nelle sue dinamiche interne! La preoccupazione di Giacomo e degli anziani di Gerusalemme è che alla notizia dell’arrivo di Paolo possa accendersi la violenza nei suoi confronti. Per questo gli viene ordinato (“Fa’ dunque quanto ti diciamo…!”) di compiere pubblicamente un gesto che chiarisca il suo atteggiamento nei confronti della Legge e diradi le nubi su di lui. Qui si affollano tante domande: perché Giacomo e i capi non spendono la loro autorità per difendere Paolo da accuse tanto ingiuste? Perché non gli viene riconosciuto quanto ha fatto per soccorrere la Chiesa di Gerusalemme in occasione della carestia organizzando presso le Chiese da lui fondate una colletta in suo favore? Perché si chiede a lui l’onere della prova, di fatto umiliandolo e piegandolo a delle assurde richieste di chiarimento? Perché ci si lascia tenere in ostaggio da questa frangia (ma forse non così minoritaria) chiusa, impaurita, pregiudiziale e violenta? Sono domande cui non siamo in grado di dare risposta. Luca ci consegna così, senza pudori, la dinamica di una Chiesa tutt’altro che perfetta, con le sue difficoltà, i suoi tatticismi, le sue logiche un po’ istituzionali ed “ecclesiastiche”. La motivazione “così tutti verranno a sapere che non c’è nulla di vero in quello che hanno sentito dire” sembra un po’ artificiale, sembra che in fondo loro stessi vogliano accertarsi che Paolo non sia davvero un istigatore dei Giudei divenuti discepoli ad abbandonare la Legge. Paolo avrebbe potuto ribellarsi, affermare la sua libertà, difendere la sua onorabilità: sappiamo che a Paolo non manca né il coraggio, né la franchezza. Ma un lungo viaggio lo ha disposto a dare la vita, e questa obbedienza, in nome della comunione ecclesiale, è davvero per lui un po’ morire a se stesso, in modo del tutto diverso da come si era immaginato. Paolo probabilmente sa bene che tutto questo non servirà a nulla, che nessun gesto di smentita ha la forza di smontare una narrazione ben costruita, semplice, che sfrutta le paure e crea nemici. Ma Paolo accetta, con semplicità, senza recriminazioni, pronto a farsi “tutto a tutti” perché la fede di nessuno sia scandalizzata.