Collatio 27-7-2020

Atti 24,1-9

Cinque giorni dopo arrivò il sommo sacerdote Anania insieme ad alcuni anziani e a un avvocato, un certo Tertullo, e si presentarono al governatore per accusare Paolo.

Quando questi fu fatto venire, Tertullo cominciò l’accusa dicendo: «La lunga pace di cui godiamo, grazie a te, e le riforme che sono state fatte in favore di questa nazione, grazie alla tua provvidenza, le accogliamo in tutto e per tutto, eccellentissimo Felice, con profonda gratitudine. Ma, per non trattenerti più a lungo, ti prego, nella tua benevolenza, di ascoltarci brevemente. Abbiamo scoperto infatti che quest’uomo è una peste, fomenta disordini fra tutti i Giudei che sono nel mondo ed è un capo della setta dei nazorei. Ha perfino tentato di profanare il tempio e noi l’abbiamo arrestato. [..]
Interrogandolo, potrai sapere di persona da lui tutte queste cose delle quali noi lo accusiamo». Si associarono all’accusa anche i Giudei, affermando che i fatti stavano così.

Ora i Giudei, che avevano sperato di risolvere il caso Paolo con un colpo di mano facendolo cadere vittima di un agguato e che si sono visti sfuggire l’occasione per la sollecitudine del comandante, sono ora costretti a rincorrere Paolo su un terreno laico, mediato dal diritto romano, dove non possono contare sulla loro egemonia. Per questo motivo incaricano un avvocato di grido, un certo Tertullo, che possa rappresentare le loro istanze in una veste accettabile al governatore. Il discorso dell’abile avvocato ha qualcosa di ridicolo: metà del suo discorso è dedicato ad una “captatio bevolentiæ” ampollosa e irrealistica, considerato soprattutto il fatto che il governatore Felice è ricordato dalla storiografia come un uomo “crudele, ingiusto e dissoluto”, sotto il cui malgoverno si moltiplicano i tentativi di insurrezione e di ribellione. Il tentativo del sommo sacerdote Anania e degli anziani, attraverso l’arringa di Tertullo, è dunque quello da una parte di lodare la saggia opera di pace del governatore e dall’altra di attribuire a Paolo la responsabilità di queste continue rivolte da parte dei Giudei: “quest’uomo è una peste, fomenta disordini fra tutti i Giudei che sono nel mondo…”. La scena descritta da Luca è amaramente ironica: un uso distorto della parola capace di rappresentare una tesi accusatoria allo stesso tempo falsa, adulatoria e prevaricatrice. Ma ancora c’è qualcosa che dobbiamo chiederci: come mai un accanimento così ostinato nei confronti di Paolo? Egli rappresenta davvero una minaccia agli occhi di questi capi religiosi, e la sua rivoluzione non è l’organizzazione di un movimento di rivolta contro il potere (che mira sempre alla fine a prenderselo), ma la testimonianza di una vita liberata in grado di aprire alla libertà chi si lascia afferrare dal perdono di Dio in Gesù. Non c’è nulla di più pericoloso per l’assetto del potere mondano (compreso quello religioso): chi è davvero libero dalle logiche del mondo non può essere né intimidito né comprato né assimilato, perché è testimone di un altro Regno, che non si afferma con la potenza del mondo, ma con un amore inerme e consegnato, sempre minoritario e profetico dentro la storia, apparentemente perdente, seme piccolo e inarrestabile di una umanità nuova, radicata nel Risorto.