Collatio 28-7-2020

Atti 24,10-21

Quando il governatore fece cenno a Paolo di parlare, egli rispose: «So che da molti anni sei giudice di questo popolo e parlo in mia difesa con fiducia.

Tu stesso puoi accertare che non sono passati più di dodici giorni da quando sono salito a Gerusalemme per il culto. Non mi hanno mai trovato nel tempio a discutere con qualcuno o a incitare la folla alla sommossa, né nelle sinagoghe, né per la città e non possono provare nessuna delle cose delle quali ora mi accusano. Questo invece ti dichiaro: io adoro il Dio dei miei padri, seguendo quella Via che chiamano setta, credendo in tutto ciò che è conforme alla Legge e sta scritto nei Profeti, nutrendo in Dio la speranza, condivisa pure da costoro, che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti. Per questo anche io mi sforzo di conservare in ogni momento una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini. Ora, dopo molti anni, sono venuto a portare elemosine alla mia gente e a offrire sacrifici; in occasione di questi, mi hanno trovato nel tempio dopo che avevo compiuto le purificazioni. Non c’era folla né tumulto. Furono dei Giudei della provincia d’Asia a trovarmi, ed essi dovrebbero comparire qui davanti a te ad accusarmi, se hanno qualche cosa contro di me. Oppure dicano i presenti stessi quale colpa hanno trovato quando sono comparso davanti al sinedrio, se non questa sola frase, che io gridai stando in mezzo a loro: “È a motivo della risurrezione dei morti che io vengo giudicato oggi davanti a voi!”».

Paolo attende con pazienza fiduciosa il momento in cui gli viene dato il permesso di parlare. Il sommo sacerdote Anania e gli anziani si sono fatti rappresentare dal prestigioso avvocato (per poi accodarsi dicendo: “sì, sì…! È proprio come dice lui…!”), ma Paolo, davanti al potere religioso che lo accusa e a quello civile che lo giudica, è nudo. Non teme di parlare di fronte a chiunque, con semplicità e verità. Lucido, ma non strategico. Pretende che siano i suoi accusatori a portare delle prove di quel che affermano. Ma poi “dichiara” (il termine è quello della “confessione”, come per Giovanni Battista in Gv 1,20) in modo diretto e scoperto in cosa crede, come vive, cosa lo anima: la “Via” che percorre non è una setta qualsiasi, ma il modo che ha scoperto per vivere pienamente la sua fedeltà al Dio dei suoi padri, conformemente alle Scritture, nella speranza del giudizio di Dio. La sua è la testimonianza di questa “posizione” fondamentale della sua esistenza: “mi sforzo di conservare in ogni momento una coscienza irreprensibile davanti a Dio e agli uomini”. I suoi accusatori, l’avvocato Tertullo e il governatore Felice possono dire altrettanto? Paolo sta davanti a chi deve giudicarlo, sapendo che, proprio in forza della speranza nella risurrezione, il giudizio che conta alla fine è quello di Dio, e che questo giudizio riguarderà ogni uomo, piccolo o grande che sia, e la rettitudine della sua coscienza.