Il Nome

“Che nome date al vostro bambino?”

Si torna all’inizio di tutto con quella prima domanda rivolta ai genitori il giorno del battesimo:
Che Nome date al vostro bambino, alla vostra bambina?
Una domanda che contiene molte cose: la nostra relazione genitoriale, la nostra responsabilità, il nostro amore, la nostra capacità di riconoscimento di un nuovo Tu che emerge nel mondo, di una nuova, irriducibile soggettività.
Nostra figlia, nostro figlio ha bisogno di un Nome, ha bisogno di essere riconosciuto da noi come un soggetto, perché proprio dentro questo riconoscimento gratuito di base impari a riconoscere noi, il mondo, sé stessa, sé stesso nella libertà e nella responsabilità.
E questo è così importante per noi perché solo in questo orizzonte di libertà-responsabilità possiamo intendere quella risposta radicale della nostra vita che è la fede.
Si potrebbe dire che il credente non è altro che colui o colei che interpreta la propria esistenza come una risposta, e quindi come una relazione con Colui che lo chiama, che lo chiama per Nome, personalmente.
Il battesimo non è un “intruppamento”, un arruolamento tra le fila di coloro che detengono una particolare visione del mondo o si regolano secondo uno specifico sistema di valori o uno stile di vita. Certo essere cristiani significa appartenere a un popolo credente, la Chiesa, e questo è un tutt’uno con l’adesione ad un corpo dottrinale e ad un modo di vivere; ma non è questo il punto più profondo che regge tutto.
Il battesimo è l’accoglienza del dono di amore di Dio rivelato in Gesù e sperimentato nella comunità cristiana e nel mondo per la potenza dello Spirito, quel dono di amore nel quale riconosciamo finalmente il senso più vero della nostra personale chiamata. È accettare che solo in questo amore tutta la nostra esistenza fiorisce e si realizza, e che al di fuori di questo amore semplicemente si perde.
“Che Nome date al vostro bambino” non è dunque una curiosità anagrafica, ma l’indizio di una chiamata, di una vera e propria vocazione.
Portare al battesimo i propri figli significa aprire anche a loro la strada di questo riconoscimento, così decisivo per noi, per una vita che sia davvero piena.
E significa ammettere che i figli non sono nostri, che il nome che abbiamo dato loro contiene un’avventura che va oltre noi, sia perché ci precede, nel cuore di Dio, sia perché ci supera, in tutta l’esistenza che sta davanti a loro, nella scoperta della loro strada dentro quel dialogo con Dio che è la fede: ascoltare lui che chiama e provare a rispondere, giorno dopo giorno.
Il giorno del battesimo, dunque, non furono i nostri figli, che non chiesero nulla, a prendersi degli impegni, ma noi genitori:

“Cari genitori, chiedendo il Battesimo per il vostro figlio,
voi vi impegnate a educarlo nella fede,
perché, nell’osservanza dei comandamenti,
impari ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato.
Siete consapevoli di questa responsabilità?”

Quel giorno non ci impegnammo a portare i nostri figli a catechismo!
E neppure, precisamente, a educarli “alla” fede.
Ci impegnammo a vivere la nostra responsabilità educativa di genitori nello spazio della fede, come credenti: ad offrire ai nostri figli una casa, un ambito relazionale e affettivo, dove si respiri una dimensione spirituale di ricerca, di ascolto, di preghiera, di riferimento a Dio, a Gesù e al Vangelo. Questo significa “educarli nella fede”, cioè nello spazio della nostra fede di genitori.
È questo l’obiettivo del NonCatechismo!
Dunque ecco in fila il senso di quell’impegno.
Prima di tutto favorire la costruzione di uno spazio di casa spiritualmente significativo, e cioè attento a quel dialogo personale della fede dove si impara a interpretare la propria esistenza come la risposta ad una chiamata. E questo avviene attraverso quella trama quotidiana dove l’orizzonte della fede pian piano si mescola ad ogni aspetto della vita, con il riferimento alla persona di Gesù e ai valori del Vangelo, con un ritmo di preghiera familiare, ringraziando del cibo, affidandosi a Dio prima di dormire, imparando a valutare i fatti della casa, della città e del mondo alla luce della Parola di Dio.
In questo itinerario di crescita dentro uno spazio di fede c’è una strada, un argine per non perdersi: “l’osservanza dei comandamenti”. E prima di imparare ad elencarli si impara concretamente ad onorarli in una casa che non ha come orizzonte di valore il vincente, ma la persona giusta.
Ma l’osservanza dei comandamenti non è il fine della vita di fede. Il fine è imparare “ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato”. Il dialogo con Dio di chiamata e risposta non ha come fine una specie di generico benessere spirituale, ma la piena fioritura umana (nostra come dei nostri figli) che il Vangelo sintetizza nella capacità di amare “come Cristo ci ha insegnato”.
Per un genitore cristiano il punto di riferimento decisivo e ultimo del cammino di crescita è Lui. E questo significa due cose: prima di tutto che questo cammino dura tutta la vita, e poi che ogni cosa che scopriamo, che impariamo, che acquisiamo, che diventiamo deve servirci a costruire non persone ricche, famose o potenti, ma “di successo”, cioè persone che “fanno succedere” il bene in sé e negli altri, persone capaci di amare. Di amare Dio con tutto noi stessi, di amare il prossimo come noi stessi.
Allora il Nome è la vocazione.
“Come ti chiami?” è anche “a cosa Lui ti chiama?”: è scritto nel nostro nome quel dialogo di chiamata e risposta che è la fede.
Vocazione personale (il mio Nome) e cristiana (il Nome di Gesù).
Sono i genitori ad aver chiesto il battesimo, sono loro a prendersi gli impegni:
– creare uno spazio credente
– onorare i comandamenti
– avere come orizzonte di umanità piena la capacità di amare di Gesù.

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