Collatio 31-10-2018

Vangelo Matteo  cap. 25, vv.14-30

«Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Come le vergini stolte di ieri, si può fallire questo tempo di attesa vigilante per noncuranza, per superficialità, o come il servo cattivo di oggi, per paura immobilizzante. Non siamo in attesa di un giudizio senza volto. La “resa dei conti” corrisponde al ritorno di Gesù, all’incontro con Colui che “partendo” ha affidato a noi, suoi discepoli, i suoi beni: il suo vangelo di amore, la sua vita fino alla morte, la sua stessa persona. L’attesa di Lui è lo spazio di un operare pieno di gratitudine, di sollecitudine, di amore in tutto ciò che ci ha affidato. Il dramma del terzo servo è quello di non essersi lasciato toccare e trasformare dal vangelo di Gesù mite e umile di cuore e dalla sua rivelazione del Padre (Mt11,25-30), e di essere rimasto ostaggio di una immagine distorta e obsoleta di Dio, quella ispirata dalla diffidenza del peccato, che ha rinchiuso l’uomo nella paura e nella fuga (Gen 3,8-10; cfr. anche Eb 2,14-15!). In fondo le parole arroganti e spaventate del terzo servo hanno il merito di esplicitare quel che si muove nel nostro cuore chiuso, non riconciliato. È una storia vecchia che si ripete. E invece la storia nuova inaugurata da Gesù è che ciascuno di noi è atteso nella “gioia del suo Signore”, sperimentando già ora che è possibile arrischiarci fidandoci e affidandoci, così come Lui ha dato tutto per ricevere tutto rinnovato e moltiplicato. I suoi doni non sono per noi un “deposito congelato”, da restituire intatto: non vuole che gli restituiamo il Vangelo così come ce lo ha affidato. Il vangelo è un “deposito svincolato”, è una potenza di salvezza e di trasformazione che ci chiede di coinvolgerci con la nostra iniziativa, creatività, fatica. Il vangelo vuole essere vissuto, e quindi continuamente reinterpretato, “riscritto”, in ogni generazione e nella vicenda unica di ognuno di noi, “secondo la capacità di ciascuno”. Il vangelo è un evento che si rinnova e si trasforma perché ci trasforma, con la forza e la libertà dello Spirito. Dice Gesù nel Vangelo di Giovanni consegnando ai discepoli “i suoi beni” nell’ultima cena: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (14,26)… Quando verrò lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future (16,13)”. Senza questa libertà e creatività dello Spirito, senza questa conoscenza del Figlio e confidenza nel Padre, il vangelo e i tesori affidati da Gesù divengono ostaggio della paura e quindi oggetti da conservare, come in un museo. Non è questa la vigilanza che Gesù vuole per i suoi: la paura che si esprime nell’ossessione di mantenere tutto congelato in una conservazione esteriore, come di un contenitore perfettamente preservato ma vuoto. È un altro il modo con cui siamo chiamati a “conservare”. Dice Ireneo (padre della Chiesa del II secolo): “Conserviamo con cura questa fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, perché, sotto l’azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso, continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene”. Gesù ci indica una vigilanza che è un operare pieno di sollecitudine e libertà nel dono del vangelo che ci ha affidato, in attesa che al suo ritorno ci dica: “entra nella gioia del tuo Signore”.