Collatio 9-2-2019

Isaia 15,1-9

Oracolo su Moab.
Sì, è stata devastata di notte,
Ar-Moab è stata distrutta;
è stata devastata di notte,
Kir-Moab è stata distrutta.

È salita la gente di Dibon
sulle alture, per piangere;
sul Nebo e su Màdaba
Moab innalza un lamento;
ogni testa è rasata,
ogni barba è tagliata.
Nelle sue strade si indossa il sacco,
sulle sue terrazze e nelle sue piazze
ognuno fa il lamento
e si scioglie in lacrime.
Emettono urla Chesbon ed Elalè,
la loro eco giunge fino a Iaas.
Per questo gli armati di Moab alzano lamenti,
e il loro animo freme.
Il mio cuore geme per Moab;
i suoi fuggiaschi giungono fino a Soar.
Piangendo, salgono la salita di Luchìt.
Sulla via di Coronàim
mandano grida strazianti.
Le acque di Nimrìm sono un deserto,
l’erba si è seccata, finita è la pastura;
non c’è più nulla di verde.
Per questo fanno provviste,
trasportano le loro riserve
al di là del torrente dei Salici.
Risuonano grida
per tutto il territorio di Moab;
il suo urlo giunge fino a Eglàim,
fino a Beer-Elìm il suo urlo.
Le acque di Dimon sono piene di sangue,
eppure colpirò Dimon con altri mali:
un leone per i fuggiaschi di Moab
e per il resto della regione.

Un intenso lamento, un pianto, un gemito ininterrotto: Moab è devastata. Non ci sono riferimenti a fatti storici, né spiegazioni teologiche. Il profeta non è lì a testimoniare il decreto di Dio, il suo castigo o la sua salvezza. È lì semplicemente a vedere, a chinarsi sul dolore, a piangere anch’egli: “il mio cuore geme per Moab”; Isaia elenca le città devastate con la cura di chi le conosce e le sente vicine, e descrive la sciagura del popolo come qualcosa che lo tocca profondamente. La profezia qui diventa in qualche modo muta, è solo piena partecipazione al dolore troppo grande di altri, per unirsi al loro grido, al loro lamento, al loro gemito, portato davanti a un Dio che non risponde, anzi che come un leone sembra braccare i superstiti, senza una ragione. La profezia è anche questa condivisione fino in fondo del dolore, senza giudizio, come il grido di Gesù sulla croce davanti a un Dio che non risponde e al quale si affida, perdonando; il grido che raccoglie e porta davanti a Dio tutte le grida senza risposta e i dolori senza ragione degli uomini.