Collatio 13-4-2019

Isaia 39,1-8

In quel tempo Merodac-Baladàn, figlio di Baladàn, re di Babilonia, mandò lettere e un dono a Ezechia, perché aveva sentito che era stato malato ed era guarito.

Ezechia ne fu molto lieto e mostrò agli inviati la stanza del tesoro, l’argento e l’oro, gli aromi e l’olio prezioso, tutto il suo arsenale e quanto si trovava nei suoi magazzini; non ci fu nulla che Ezechia non mostrasse loro nella reggia e in tutto il suo regno.
Allora il profeta Isaia si presentò al re Ezechia e gli domandò: «Che cosa hanno detto quegli uomini e da dove sono venuti a te?». Ezechia rispose: «Sono venuti a me da una regione lontana, da Babilonia». Quegli soggiunse: «Che cosa hanno visto nella tua reggia?». Ezechia rispose: «Hanno visto quanto si trova nella mia reggia; non c’è nulla nei miei magazzini che io non abbia mostrato loro».
Allora Isaia disse a Ezechia: «Ascolta la parola del Signore degli eserciti: Ecco, verranno giorni nei quali tutto ciò che si trova nella tua reggia e ciò che hanno accumulato i tuoi padri fino ad oggi sarà portato a Babilonia; non resterà nulla, dice il Signore. Prenderanno i figli che da te saranno usciti e che tu avrai generato, per farne eunuchi nella reggia di Babilonia». Ezechia disse a Isaia: «Buona è la parola del Signore, che mi hai riferito». Egli pensava: «Per lo meno vi saranno pace e stabilità nei miei giorni».

La nostra immagine di Ezechia come re fedele sembra andare in pezzi di fronte a questa ultima scena della prima grande parte del libro del profeta Isaia: lusingato dalla visita e dal dono per la guarigione inviato dal lontano re di Babilonia, il nostro re di Gerusalemme sembra di nuovo ammalato, questa volta di una sorta di egocentrismo infantile allegro e scriteriato. Ci sembra pieno di vanità in questo far mostra di tutti i suoi tesori e ricchezze, esponendosi non solo al ridicolo, ma anche alla astuta avidità del popolo straniero che si prepara a divenire la nuova superpotenza. Il dialogo con il profeta non ci fa apparire Ezechia meno sciocco e inconsistente: è Isaia a fargli fare una analisi più attenta di quello che è successo durante l’incontro con gli inviati di Babilonia e a prospettargli un futuro che riserverà saccheggio e deportazione proprio da parte di coloro che ora lo omaggiano e agli occhi dei quali tutto è stato ingenuamente squadernato. E come se non bastasse la risposta ultima del re ce lo dipinge attento in fondo solo a se stesso e al suo individuale benessere, con un senso di meschinità e amarezza finale. Sì. Ma forse non è tutto qui. È certamente improponibile che qui, per quanto Ezechia sia stato superficiale, si voglia dire che il grande trauma nazionale dell’esilio sia il castigo – più di cento anni dopo – per questa veniale “svista” del re, e non invece per le colpe gravi che tutto il popolo accumulerà. Forse tra le righe questo ultimo capitolo della prima parte del libro ci sta suggerendo altro. Ci permette di cogliere l’ingresso sulla scena di Babilonia, di intravvedere gli eventi del saccheggio e della deportazione, da cui il capitolo seguente farà esplodere la parola della consolazione. Allora sentiamo in modo diverso quella espressione finale di Ezechia rivolta ad Isaia: “buona è la parola di Dio che tu hai detto”. La storia non finisce con la liberazione prodigiosa di Gerusalemme dall’assedio assiro e con la guarigione altrettanto miracolosa del re, cui sono aggiunti in regalo altri anni di vita. C’è dell’altro! C’è una continuazione dolorosa, l’esilio, forse l’esperienza più drammatica per Israele, ma che è anche il luogo a partire dal quale il Signore manifesta tutta la sua potenza di salvezza e di creazione nuova. Quest’ultimo capitolo si protende verso l’esperienza di futura sofferenza e di castigo con una intima certezza, che riguarda tutta la rivelazione di Dio e del suo agire affidata al profeta: “buona è la parola di Dio che tu hai detto”! Tutto ciò che Isaia ha detto, e quindi anche quest’ultima parola sull’esilio futuro. Tutte le parole che abbiamo percorso in questi mesi, anche tutte le parole terribili di giudizio, di castigo, di morte, tutto era “la buona parola di Dio”, in cui si svelava e si nascondeva il suo amore e la sua salvezza. È ciò che Ezechia dice di sé (“ci saranno pace e fedeltà nella mia vita”, senza “perlomeno” come aggiunge maliziosamente la traduzione), ed è ciò a cui il lettore ora può giungere: che la parola di Dio, proprio quella affidata ad Isaia, è buona, questo percorso ce l’ha fatto intuire; che questa parola è buona anche quando ci prospetta l’attraversamento di un dolore e una desolazione che noi non vorremmo, perché il Signore ci conduce, attraverso il castigo, ad una salvezza e ad una giustizia più grandi, e per questo nessuno può strapparci, nella nostra vita, la pace e la fedeltà dono di Dio. Forse ora capiamo meglio anche come mai il capitolo precedente terminava con la richiesta da parte di Ezechia di un segno. Non l’aveva già avuto (il retrocedere del sole sull’orologio)? Ma ora siamo in attesa di un altro segno, per salire alla casa del Signore. Siamo pronti ad entrare nella grande tribolazione della deportazione e dell’esilio, come di ogni altra futura croce, nella certezza della bontà di Dio, della sua fedeltà e della sua salvezza, in attesa di una parola nuova di consolazione, in attesa di Gesù, segno consolante e definitivo dell’amore crocifisso e risorto.