Collatio 30-3-2020

Isaia 65,8-16

Dice il Signore: «Come quando si trova succo in un grappolo,
si dice: “Non distruggetelo, perché qui c’è una benedizione”,
così io farò per amore dei miei servi,
per non distruggere ogni cosa.

Io farò uscire una discendenza da Giacobbe,
da Giuda un erede dei miei monti.
I miei eletti ne saranno i padroni
e i miei servi vi abiteranno.

Saron diventerà un pascolo di greggi,
la valle di Acor un recinto per armenti,
per il mio popolo che mi ricercherà.

Ma voi, che avete abbandonato il Signore,
dimentichi del mio santo monte,
che preparate una tavola per Gad
e riempite per Menì la coppa di vino,

io vi destino alla spada;
tutti vi curverete alla strage,
perché ho chiamato e non avete risposto,
ho parlato e non avete udito.
Avete fatto ciò che è male ai miei occhi,
ciò che non gradisco, l’avete scelto».

Pertanto, così dice il Signore Dio:
«Ecco, i miei servi mangeranno
e voi avrete fame;
ecco, i miei servi berranno
e voi avrete sete;
ecco, i miei servi gioiranno
e voi resterete delusi;

ecco, i miei servi giubileranno
per la gioia del cuore,
voi griderete per il dolore del cuore,
urlerete per lo spirito affranto.

Lascerete il vostro nome
come imprecazione fra i miei eletti:
“Così ti faccia morire il Signore Dio”.
Ma i miei servi saranno chiamati con un altro nome.

Chi vorrà essere benedetto nella terra,
vorrà esserlo per il Dio fedele;
chi vorrà giurare nella terra,
giurerà per il Dio fedele,
perché saranno dimenticate le tribolazioni antiche,
saranno occultate ai miei occhi».

Il brano precedente si concludeva con un riferimento alle inique “azioni passate” che riceveranno ricompensa adeguata da Dio. Più precisamente le dovevamo intendere come “azioni precedenti” (riferite a quelle descritte nei versetti sopra), ma soprattutto azioni “vecchie” contrapposte alle “cose nuove” di Dio (cfr. 41,22; 42,9; 48,3; ecc.). Per l’appunto la promessa finale dei versetti di oggi risuona come una definitiva dimenticanza da parte di Dio delle “tribolazioni antiche”: “saranno occultate ai miei occhi”. La possibilità, dunque, che noi non rimaniamo prigionieri del vecchio (sia il peccato che la sua inevitabile condanna) è lo sguardo di Dio che sa scorgere, nel mezzo della nostra “vite ingrata” che sembra produrre solo amarezza (Is 5,1-7!), il grappolo succoso della fedeltà e della giustizia che non deve essere distrutto (come Noè o Lot in mezzo ad una umanità corrotta), ma preservato e custodito come inizio di una generazione nuova, secondo Dio: i servi del Signore (cfr. 54,17), discendenza promessa del servo fedele (cfr. 53,10) ricolmata di ogni benedizione. A questa discendenza futura, cui è promessa beatitudine, gioia, sazietà (cfr. le Beatitudini di Mt 5,1-12) è contrapposta la sorte di coloro che continuano a compiere il male (cfr. le beatitudini-guai di Luca 6,20-26!), perché incapaci di scegliere il bene e in grado solo di affidarsi fatalisticamente alla buona sorte (è il significato di “Gad”) e al destino (significato di “Menì”), come se non avessero nulla a che fare con la responsabilità delle proprie scelte. “Ho chiamato e non avete risposto, ho parlato e non avete udito. Avete fatto ciò che è male ai miei occhi…”: la parola è rivolta direttamente a loro, anzi a noi. Ci fa bene sentire su di noi quella “esclusione terribile dalla festa” che chiamiamo inferno, esito di una vita che non ha voluto, ostinatamente, cogliere le occasioni offerte da Dio. Eppure, proprio mentre Dio ci giudica così severamente, è a noi che si rivolge; mentre ci consegna l’inevitabile sorte dei reietti, indicandoci che sono altri, i servi fedeli del Signore, che riceveranno un “nome nuovo” (cfr. 56,5 e 62,2!), proprio in quel momento pure Egli ci parla, e parlandoci ci apre, ancora, una possibilità di grazia e di salvezza: “chi vorrà giurare, nella terra, giurerà per il Dio fedele, perché saranno dimenticate le tribolazioni antiche, saranno occultate ai miei occhi”. Basta porgere l’orecchio e rivolgerci a Lui, riconoscerlo Signore, e tutto il passato, di peccato e di castigo, in un attimo è cancellato.