Collatio 09-05-2020

Atti 6,1-15

In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove.

Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
Stefano intanto, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio. Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato».
E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Che nella comunità dei discepoli non fosse tutto rose e fiori ce n’eravamo già accorti con la vicenda di Anania e Saffira: tristi dinamiche di rivalità, di ambizione, di paura, di avidità e di ipocrisia. Questa volta però la questione non riguarda qualcuno in particolare, ma consiste in un malcontento, anzi in un conflitto che investe la comunità nel suo insieme. La comunità è numerosa, gli apostoli si dedicano alla predicazione, a motivo della quale entrano ed escono dal carcere, manca una presenza e una guida che gestisca la solidarietà interna alla comunità: come al solito il conflitto emerge intorno ai beni e, in particolare qui, a proposito della equa distribuzione delle risorse caritative per le vedove. Quel che accade è semplicemente la riproposizione all’interno della comunità delle stesse dinamiche e tensioni del mondo al quale essa appartiene: a Gerusalemme c’erano vari gruppi etnici, non solo giudei di lingua ebraica, ma anche altri gruppi provenienti dalle varie diaspore di Israele, che avevano comunque in Gerusalemme il loro punto di riferimento religioso, ma che conservavano la lingua, la cultura e il modo di leggere la bibbia proprio delle loro varie provenienze. Così era evidentemente anche all’interno della comunità dei discepoli, dei credenti in Gesù come Messia. Questo creava una diversità difficile da comporre, soprattutto per il sospetto di sperequazione da parte del gruppo più forte e radicato (quello giudaico) ai danni degli “ellenisti” (cioè il gruppo di discepoli ebrei di lingua e cultura greca), nella concreta distribuzione a favore delle rispettive vedove. Evidentemente gli apostoli sono qui chiamati a dirimere la questione. La comunità scopre di non essere una comunità perfetta: vive le stesse dinamiche, le stesse divisioni e gli stessi conflitti del mondo al quale appartiene. Nessuno scandalo. Il punto è come si vive questo momento di crisi. Per gli apostoli è il momento di ridefinire le priorità. Non si tratta di volgere le proprie attenzioni all’interno e spendere la propria autorità per prendere meglio in mano la gestione delle mense delle vedove, ma di fare due cose: comprendere meglio il proprio compito “generativo” di preghiera e testimonianza della Parola e coinvolgere la comunità in una assunzione di responsabilità per dare risposta al malcontento. E la cosa “piace” alla comunità. Luca sembra fare qui memoria dell’Esodo: il popolo troppo numeroso per la responsabilità del solo Mosè, la mormorazione, la designazione di settanta anziani che dirimano le questioni che sorgono (Es 18,13-27; Nm 11; Dt 1,9-18); in questo modo ci viene ricordato che la comunità dei discepoli non è “esente”: vive le stesse dinamiche del popolo di Israele nel deserto, le stesse contraddizioni, deve affrontare le stesse sfide. La “crisi” delle mense delle vedove, dunque, è per gli apostoli l’occasione di comprendere meglio le priorità: che cosa è al centro della vita della comunità e la genera, quel è il motore, il cuore di tutto, e cioè Gesù risorto, la relazione con Lui, la testimonianza di Lui nella predicazione e nell’insegnamento del suo Vangelo. Anzi la questione del “servizio” delle mense fa’ comprendere che anche quello della Parola è un servizio (è usata la stessa parola). Al tempo stesso il tema delle mense c’è e va affrontato, e gli apostoli si rivolgono alla comunità perché sia lei stessa, dal basso, a trovare sette persone che si assumano l’incarico delle mense, non tanto per il loro spirito organizzativo, ma per la capacità di avere uno sguardo di fede, secondo lo Spirito del Vangelo e sapienziale, pacato. È interessante notare come tutti i nome dei sette personaggi siano “greci”, in grado quindi di far sentire “incluse” le ragioni della parte ellenistica. Gli apostoli accolgono la scelta della comunità e, dopo aver pregato, impongono loro le mani per l’incarico affidato. La crisi delle mense diviene dunque l’occasione per un nuovo impulso generativo della comunità: la Parola di Dio messa al primo posto “cresce” e la così la comunità, che ha attraversato i suoi conflitti e trovato nuovi ministeri e servizi per una strada concretamente più evangelica del suo “assetto variabile”. Ma le sorprese non finiscono qui: Stefano, il primo dei sette, quello che in particolare, nell’elenco, era stato definito “uomo pieno di fede e di Spirito Santo”, diviene il grande protagonista di una grande scena che ci porterà fino al capitolo 8 e che non lo vede coinvolto nel suo “servizio delle mense”, ma, “pieno di grazia e potenza”, nella testimonianza efficace di quei “prodigi e segni” che fino a questo momento sembravano prerogativa degli apostoli in continuità con il ministero di Gesù, e proprio in quel servizio della Parola cui gli apostoli avevano appena stabilito di dedicarsi! Certo il Vangelo è un compito al quale gli apostoli non possono in alcun modo venir meno; ma, evidentemente, questo non significa che sia riservato a loro! Anzi, la testimonianza di Stefano è così incisiva, e il Signore dona una sapienza tale alle sua parole, che nessuno degli avversari può resistergli, proprio come leggiamo nel vangelo nelle “discussioni” di Gesù con scribi, farisei e sadducei (p. es. Lc 20,40). L’accusa nei suoi confronti è per altro la stessa rivolta a Gesù: che la novità del suo insegnamento e del suo ministero (ricordiamo il rapporto con il sabato) non sia una interpretazione legittima delle Scritture, ma costituisca un pericolo per le istituzioni del popolo di Israele, rappresentate in particolare dal tempio. Il contrasto con Stefano è tale che viene portato (probabilmente proprio dalle sinagoghe da cui proviene, del suo ambiente “ellenistico”) davanti al Sinedrio per essere accusato ufficialmente. Nel capitolo successivo ascolteremo la difesa di Stefano, il discorso più lungo di tutti gli Atti. Ma prima ancora di ascoltarlo, Luca ci invita a volgere lo sguardo su di lui, così come era stato a Nazareth per l’inizio del ministero di Gesù (Lc 4,20): sono tutti attratti da una bellezza celeste, diffusa sul suo volto. Stefano è il “nuovo Gesù”: in lui davvero vive il Signore Gesù, e diviene manifesta la verità della sua risurrezione!