Collatio 12-05-2020

Atti 7,17-34

Mentre si avvicinava il tempo della promessa fatta da Dio ad Abramo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, finché sorse in Egitto un altro re, che non conosceva Giuseppe.

Questi, agendo con inganno contro la nostra gente, oppresse i nostri padri fino al punto di costringerli ad abbandonare i loro bambini, perché non sopravvivessero. In quel tempo nacque Mosè, ed era molto bello. Fu allevato per tre mesi nella casa paterna e, quando fu abbandonato, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come suo figlio. Così Mosè venne educato in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente in parole e in opere. Quando compì quarant’anni, gli venne il desiderio di fare visita ai suoi fratelli, i figli d’Israele. Vedendone uno che veniva maltrattato, ne prese le difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egiziano. Egli pensava che i suoi fratelli avrebbero compreso che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. Il giorno dopo egli si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e cercava di rappacificarli. Disse: “Uomini, siete fratelli! Perché vi maltrattate l’un l’altro?”. Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi, come ieri hai ucciso l’Egiziano?”. A queste parole Mosè fuggì e andò a vivere da straniero nella terra di Madian, dove ebbe due figli.
Passati quarant’anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente. Mosè rimase stupito di questa visione e, mentre si avvicinava per vedere meglio, venne la voce del Signore: “Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Tutto tremante, Mosè non osava guardare. Allora il Signore gli disse: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo in cui stai è terra santa. Ho visto i maltrattamenti fatti al mio popolo in Egitto, ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli. Ora vieni, io ti mando in Egitto”.

Stefano prosegue il grande racconto della storia della salvezza, quella storia che sulla sua bocca e nel suo cuore “trasuda” di Gesù, e che diventa carne ora, nella sua stessa vita, esposta alle accuse e alla violenza dei fratelli. Non perdiamo di vista lui, sul quale si sono posati gli occhi di tutti e il cui volto è apparso “come volto di angelo” (6,15). Qui non si tratta semplicemente di Mosè o di un revival della sua vicenda, ma di Stefano, e di quale significato rivestano le sue parole in questo preciso contesto, rivolte a questi concreti interlocutori. È così che possiamo comprendere il “peso” e la forza delle parole di Stefano: egli fa memoria della vicenda di Mosè, del suo percorso umano e spirituale, della sua missione, rivolgendosi a coloro che hanno fatto di Mosè l’emblema della loro identificazione etnico-religiosa, quella identità che sentono ora minacciata proprio dalla predicazione di Stefano. Chi è Mosè per loro? È l’autore del Pentateuco (i primi cinque libri della bibbia) e il fondatore delle istituzioni di Israele. Quando si dice “Mosè” si intende il Libro come “codice legislativo”. Mosè è divenuto l’autorità indiscutibile in nome della quale, anche con la forza, ci si difende da ogni movimento che sia percepito come minaccia allo stato delle cose. Ora invece Stefano torna alle Scritture per mostrare come anche Mosè sia all’interno di una storia, più grande, guidata da Dio. Una storia caratterizzata dall’adempimento delle promesse fatte ad Abramo (quel “moltiplicarsi” del popolo che avevamo visto nei capitoli precedenti come caratteristica del gruppo dei discepoli… p. es. 6,1.7), ma anche dallo scatenarsi di una grande violenza, dal dispiegarsi del “male” contro il popolo di Dio, contro la sua vitalità generativa, e anche all’interno del popolo stesso, come ingiustizia e oppressione tra fratelli. La vita, la crescita, la consapevolezza e la missione di Mosè è tutta inscritta in questo dramma, in questo scontro tra la potenza di vita immessa da Dio nel suo popolo e l’ostinazione di morte che fatalmente vi si oppone; Mosè è condotto, attraverso questo travaglio, al cospetto di quel mistero grande della santità ardente di Dio, davanti alla quale deve togliersi i calzari: solo il Signore, svelandosi a lui nella sua fedeltà e presenza misericordiosa, può ora finalmente chiamarlo a sé (vieni) e inviarlo (io ti mando). Mosè è dunque (ancora una volta, come Giuseppe) anticipazione e attesa di quella salvezza piena data in Gesù, che è testimoniata e resa presente ora nella persona e nella parola di Stefano.