Collatio 30-5-2020

Atti 10,23b-33

Il giorno seguente partì con loro e alcuni fratelli di Giaffa lo accompagnarono. Il giorno dopo arrivò a Cesarèa. Cornelio stava ad aspettarli con i parenti e gli amici intimi che aveva invitato.

Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!». Poi, continuando a conversare con lui, entrò, trovò riunite molte persone e disse loro: «Voi sapete che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo. Per questo, quando mi avete mandato a chiamare, sono venuto senza esitare. Vi chiedo dunque per quale ragione mi avete mandato a chiamare». Cornelio allora rispose: «Quattro giorni or sono, verso quest’ora, stavo facendo la preghiera delle tre del pomeriggio nella mia casa, quando mi si presentò un uomo in splendida veste e mi disse: “Cornelio, la tua preghiera è stata esaudita e Dio si è ricordato delle tue elemosine. Manda dunque qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; egli è ospite nella casa di Simone, il conciatore di pelli, vicino al mare”. Subito ho mandato a chiamarti e tu hai fatto una cosa buona a venire. Ora dunque tutti noi siamo qui riuniti, al cospetto di Dio, per ascoltare tutto ciò che dal Signore ti è stato ordinato».

Ci si incammina dunque verso la casa di Cornelio a Cesarea, ed è bellissimo notare come Pietro decida di non andare solo: c’è una comunità che lo accompagna. Questo incontro non può avvenire nelle “segrete stanze” tra leaders: è un passo decisivo della chiesa, che insieme si mette in cammino (è il significato del termine “sinodo”: fare la strada insieme) per scoprire gli orizzonti nuovi suggeriti dallo Spirito, orizzonti più ampi, che toccheranno e trasformeranno in profondità l’assetto stesso della chiesa. Ed è anche quello che trovano, il giorno seguente a Cesarea al loro arrivo nella casa di Cornelio: anche lì c’è una “comunità” di parenti e amici intimi ad aspettarli. È così che non semplicemente due persone, ma due “mondi” si incontrano. Pietro è pronto ad “entrare” in casa di un pagano, a superare per la prima volta quella barriera che separa Israele dalle genti, ma qui, alla vista di Cornelio che si prostra, Pietro sente di dover subito intervenire, non solo per evitare un gesto che sa ancora un po’ troppo di paganesimo (uno solo è Dio davanti al quale ci si inginocchia!), ma per chiarire il tipo di relazione che intende instaurare, e cioè non dall’alto in basso, ma a partire da quel “comune umano” nel quale possono ritrovarsi: “alzati, anche io sono un uomo”. Pietro non fa che “alzare” al gente (ricordate nel capitolo precedente sia Enea che Tabità), sollevarla da una condizione prostrata, e così anche davanti a Cornelio, che riconosce come un interlocutore “alla pari”: non arriva “con le insegne pontifice”, e il peso della sua autorità spirituale, ma come un uomo normalissimo, che ancora puzza di conceria, che si fa ospitare, prega, e si lascia guidare e che ora entra in casa “continuando a conversare” con Cornelio. Ecco è questo lo stile dell’incontro: la “conversazione”. Entrato, Pietro spiega il senso della eccezionalità del suo gesto: “voi sapete che a un giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”. Tutto qui. E questo è il grande passaggio che fa da architrave a tutti gli atti degli apostoli, anzi a tutta l’opera lucana (Vangelo e Atti); il tempo è compiuto: quel popolo separato da una scelta precisa di Dio per custodire con l’obbedienza della fede la promessa di una benedizione per tutti i popoli, ora in Gesù, attraverso la disponibilità di Pietro, si apre a tutti coloro che accolgono la salvezza di Dio, perché “non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo”. Torna ancora questa parola: “uomo”. L’uomo Pietro che incontra senza più barriere e separazioni l’uomo Cornelio. Pietro sa solo questo, pronto a lasciarsi guidare ancora dallo Spirito, dentro gli eventi, per scoprire come camminare, quale strada concreta percorrere per trovarsi e incontrarsi nelle proprie diversità: “vi chiedo per quale ragione mi avete mandato a chiamare”. E allora Cornelio può raccontare: è così che ci si incontra, non infliggendo agli altri le proprie convinzioni o gettandogli addosso le proprie pretese, ma condividendo la propria storia. E la storia che Cornelio racconta è una storia di consolazione e di gioia, del tempo dell’esaudimento e dell’intervento di Dio (come Luca aveva descritto all’inizio del vangelo la visita dell’angelo a Zaccaria), annunciato da un angelo in splendida veste, ma che per realizzarsi dovrà passare dal semplice pescatore di Galilea, Pietro, ospite da Simone, il conciatore che sta “vicino al mare”… cielo e terra, splendida veste e vita ordinaria. E il cielo indica la terra, l’angelo rimanda al pescatore, dal quale solamente giungerà l’annuncio di Gesù a Cornelio. Pietro, che “ha fatto una cosa buona a venire”, ora può parlare: “tutti noi siamo qui riuniti, al cospetto di Dio”!