Collatio Marco 1,40-45

Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!».

E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Improvvisamente si fa incontro a Gesù un lebbroso, in violazione delle rigide “norme di distanziamento” che gli erano imposte. Si avvicina per supplicarlo, con un contrasto di rispetto (“in ginocchio”) e sfrontatezza: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Non è un malato come gli altri: la lebbra lo ha posto in una condizione di “morte anticipata”. Per la bibbia la lebbra, connessa al tema del potere, è l’esito deformante e fatale di chi, per orgoglio, pretende di affermare se stesso impadronendosi di una posizione non sua (Nm 12): solo accettando umilmente il proprio limite è possibile sperare nel miracolo di una guarigione che è vita nuova, puro dono di Dio che solo il profeta (Mosè in Nm 12,13 ed Elia in 2Re 5,1-19) può ottenere. La supplica di questo lebbroso è piena di fede nella potenza di purificazione di Gesù, ma non nella sua volontà di bene: “se vuoi…”. Quello che sfugge a questo lebbroso non è il “potere” di Gesù, ma il suo amore, cioè la sua perfetta sintonia con la volontà di salvezza di Dio. Proprio qui per la prima volta il vangelo di Marco ci apre un varco sul mondo interiore, sulla partecipazione emotiva e viscerale di Gesù: “Ne ebbe compassione”, letteralmente: “fu preso nelle viscere”. Quel che ha fin qui segretamente condotto Gesù dentro la la malattia e la sofferenza di una umanità asservita al peccato e al demonio per manifestare e dispiegare la sua potenza di liberazione e guarigione ora è evidente: la sua profonda compassione e tenerezza. “Lo voglio!” dice Gesù toccando il lebbroso. Gesù non guarisce il lebbroso “a distanza” (come Mosè ed Elia): egli, il Messia, si coinvolge nella condizione impura del lebbroso con un gesto di contatto diretto che lo espone al contagio e che equivale a assumere su di sé quella stessa “condanna a morte”. Quel che affida a questo lebbroso tutto preso dal fascino “sovrannaturale” della sua potenza è l’intimo sussulto del suo amore, della sua partecipazione senza riserve: solo questo davvero purifica, ed è il segreto della sua efficacia di guarigione e salvezza. Ma la storia non finisce qui: il lebbroso è stato purificato dalla lebbra del corpo, “dall’esterno”, ma ora deve fare un cammino di guarigione del cuore e della vita. E qui ancora una volta Marco ci descrive una intensa emozione di Gesù, questa volta di segno apparentemente opposto alla “compassione”: “ammonendolo severamente”, letteralmente: “infuriato”. La tenerezza purificante di un momento prima si unisce ora alla forza di una minaccia, accompagnata dal gesto di cacciare il lebbroso guarito. Quelle viscere di compassione ora devono essere accolte e custodite da quell’uomo risanato dentro un atteggiamento di nascondimento e rispetto: deve essere all’altezza del dono ricevuto! Perché ora si tratta di lasciarsi reintegrare umilmente nella città degli uomini, accettando i limiti imposti dai comandi di Mosè, come tutti gli altri. Questa solamente può essere la vera testimonianza del lebbroso guarito, senza profanare la potenza risanante di quella tenerezza disarmata. Ma proprio per il carattere “indifeso” del potere di Gesù, il lebbroso guarito può invece trasformare il suo incontro in una notizia da “divulgare”, rientrando in quell’orizzonte sensazionalistico e “magico” del potere (“se tu vuoi, puoi…!”), che di nuovo esteriorizza la salvezza e ne tradisce la logica intima. E così Gesù “vuole” e questo suo “volere” sono viscere di tenerezza che “possono”; ma quindi anche “non può”: perché è misteriosamente rivestito di debolezza, non è obbedito dal lebbroso guarito (come invece era stato obbedito dai demoni!) e infine “non può più entrare pubblicamente in una città”. Ecco il paradosso di potenza e debolezza: purificare il lebbroso significa ora prenderne la sua stessa condizione “marginalizzata” ed esclusa. Gesù qui coglie il senso che, come per i demoni, una manifestazione di lui “mondanizzata” non fa che tradirlo. Gesù è costretto ancora una volta a rifugiarsi fuori, “in luoghi deserti”. Eppure, anche e proprio in questo modo “contrastato”, la parola è predicata, il vangelo si diffonde, la forza attrattiva di Gesù si dispiega, “e venivano a lui da ogni parte”.