Collatio Marco 2,13-17

Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.

Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Alle sinagoghe Gesù preferisce le strade e i luoghi aperti per la sua predicazione del vangelo: è l’ annuncio dell’irruzione nel mondo degli uomini della vittoria di Dio sul male e sul peccato! Qui siamo di nuovo presso il mare, dove già aveva chiamato i primi quattro discepoli. La folla va a lui, ma il suo sguardo è rivolto a una persona, con il suo nome, le sue origini familiari, la sua condizione: è Levi, figlio di Alfeo, esattore doganale (siamo sulla strada che costeggia il lago di Tiberiade, tra Cafarnao e Betsaida, al triplice confine tra la Galilea a ovest, la Decapoli a sud-est e la tetrarchia di Erode Filippo a nord-est). Gesù lo vede lì, seduto alla dogana, asservito alla logica di sfruttamento da parte del potere. È considerato da tutti un peccatore, un traditore del suo popolo. Ma per Gesù nessuno è spacciato. Il potere di perdono di cui è portatore ha rialzato il paralitico. Ora anche questo pubblicano può rialzarsi e cominciare un cammino nuovo dietro a Lui. “Seguimi”: è sufficiente l’autorità della sua parola che scava nel cuore, che mentre comanda libera e dà forza, perché Levi, semplicemente, si alzi e lo segua. Così è per ogni uomo che ascolta la sua parola: guardati e chiamati personalmente fuori dalla folla, anche noi possiamo lasciare i traffici in cui siamo seduti, il peccato o la mediocrità che ci blocca e camminare dietro a lui! La scena ora si sposta in casa. La traduzione italiana, per concordanza con gli altri due sinottici, intende nella casa di Levi, ma probabilmente Marco sta pensando alla casa “di Gesù”, a Cafarnao, come nella scena precedente. Gesù è a tavola. E si festeggia: “molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli”. È la festa del perdono per quanti, in molti, lo seguono! Gesù ha un potere di salvezza che non arretra davanti a nessuna condizione di peccato e di miseria. Ha toccato il lebbroso, ha annunciato il perdono a paralitico: lui che, digiunando per quaranta giorni nel deserto, ha combattuto le tentazioni di Satana, ora sta a tavola con i peccatori, partecipa loro la sua vittoria. Ma c’è un altro sguardo, spaventato, impotente, incapace di vedere le persone ma solo le categorie: “gli scribi del farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani…”. Certo, il peccato è cosa seria, ed è meglio starne alla larga… ma quel che in questo modo non si vede è che quel che si vuole tenere fuori dalla porta è già dentro casa! È sempre questo il problema del moralismo: mentre cerchi di togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello, non ti avvedi della trave che è nel tuo. Ecco di nuovo un motivo di scontro con Gesù da parte degli scribi (qui in particolare “dei farisei”, i “separati”), che questa volta non tengono la loro critica nel segreto dei loro cuori, ma la esprimono, seppure in modo indiretto ai discepoli. Essi vedono la malattia degli altri e non la propria, e così non riconoscono neppure la presenza del medico. Gesù, mandato da Dio, è venuto non per difendere i sani, ma per curare i malati, chiamandoli a seguirlo, come Levi. La parola autorevole di Gesù chiude questo quadro e indica a ciascuno di noi la via del nostro vero rapporto con lui: non il nostro sterile moralismo, ma la fede nella sua potenza di perdono e di salvezza.