Collatio Marco 11,12-26

La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi.

Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri.
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città. La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».

La sera precedente, “essendo l’ora ormai tarda”, Gesù entrando nel tempio aveva potuto solo vedere ogni cosa, anticipando però con il suo sguardo il segno che compirà in questo nuovo giorno. Dopo aver pernottato a Betania, al mattino Gesù e i discepoli si incamminano verso Gerusalemme e il tempio. Il racconto ci segnala la fame di Gesù. In questa parte della narrazione inaugurata con l’ingresso festoso in Gerusalemme ogni particolare ha un significato simbolico: Gesù compie una serie di segni profetici che indicano la fine di un ordine antico e l’inaugurarsi di una realtà nuova, nella sua persona. Che cos’è allora questa fame? È l’attesa che Dio stesso ha del frutto di fede e di giustizia del suo popolo. Visto da lontano questo fico/tempio sembra essere vitale, pieno di foglie, ma avvicinandosi Gesù non trova alcun frutto. La constatazione amara è che questa è una stagione, un tempo senza fichi (e non, come intende l’italiano, “non era infatti la stagione dei fichi”!). Ma come può essere questo tempo senza frutti, dal momento che è il tempo della venuta del Messia (cfr. Ez 47,12)? Per questo la parola di Gesù è così dura: “Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!”. Non è una ritorsione verso il povero fico, ma una parola profetica che indica una grave interdizione: nessuno si nutra mai più del frutto cattivo di questo sistema religioso vuoto, senza fede e senza giustizia! Il segno del fico (che il giorno dopo avrà il suo seguito, preparato da ciò che i discepoli hanno udito) anticipa il segno che Gesù compie direttamente a Gerusalemme, nel tempio: il gesto è quello di uno scacciare, un fare spazio, liberare per permettere una presenza nuova. C’è la necessità di una purificazione perché il tempio torni ad essere quello per cui è fatto: “Non sta forse scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni?”. La vocazione del tempio è quella di essere luogo di comunione con Dio aperto a tutti gli uomini! Questa parola del profeta Isaia (56,7) risuona qui, sulle labbra di Gesù, con tutta la forza scandalosa della sua radicalità e universalità. Come può il santuario mantenere la sua santità se tutti, compresi i pagani, vi entrano? Per Gesù il futuro di Isaia sta per compiersi. Bisogna sbaraccare tutto ciò che ingombra questo spazio sacro per fare davvero spazio a Dio e a tutti i popoli (cfr. Ap 21,1-3!). Non c’è vera e profonda spiritualità che non inveri la dimensione verticale della preghiera nella accoglienza di tutti gli uomini. Ma questo tempio è ora “una spelonca di briganti!” (Ger 7,11), un luogo chiuso e corrotto, inospitale per Dio e per gli uomini. Di fatto il modo attraverso il quale sarà generato il nuovo tempio “casa di preghiera per tutte le nazioni”, sarà, paradossalmente, proprio in questo “avete fatto un covo di briganti”, cioè il rifiuto di Gesù giudicato e condannato come un “brigante” (cfr. 14,48-49!): sarà il suo corpo inchiodato, offerto e risuscitato a divenire lo spazio nuovo e definitivo di comunione con Dio per tutti gli uomini, e non più un tempio/organizzazione religiosa che ha tradito la sua vocazione. Ovviamente il gesto di Gesù e le sue parole fanno scattare la reazione omicida dei capi dei sacerdoti e degli scribi: il suo attacco alle istituzioni del tempio è insopportabile (cfr. Mal 3,1-4!). Ciò che li trattiene per il momento è la folla, colpita dall’insegnamento di Gesù, che annuncia un nuovo ordinamento fondato finalmente sulla giustizia, sulla fede e sull’amore. Quando scende la sera, però, Gerusalemme non è più un luogo sicuro per Gesù, che insieme ai discepoli torna a pernottare a Betania. La mattina del terzo giorno Gesù e i discepoli, diretti a Gerusalemme nel tempio, passano nuovamente presso il fico, che questa volta trovano “seccato fin dalle radici”. La parola di Gesù, che Pietro (testimone principale del vangelo di Marco) ricorda, ha prodotto un effetto “radicale”! Gesù raccoglie la meraviglia dei discepoli manifestata da Pietro per introdurre alle dimensioni essenziali della realtà nuova del regno di Dio, ora in lui possibili: la fede, la preghiera e il perdono. Ora possiamo trovare in Gesù quel “tempio” che è la comunione con Dio e con i fratelli! Prima di tutto nella fede, che è una apertura alle possibilità di Dio dentro i limiti e l’impossibilità umana, nella misura del nostro radicamento sempre più profondamente affidato e stabile nella fedeltà di Dio. Poi nel respiro di questa fiducia incrollabile che è la preghiera, dove il nostro cuore diventa una cosa sola con le labbra, nella certezza filiale dell’esaudimento. E infine nel perdono, che è il dono per eccellenza, che possiamo osare chiedere ed essere certi di ricevere, se il nostro cuore non ospita il risentimento, la chiusura, il giudizio nei confronti degli altri. Non si può “restare” nella preghiera se non ci si lascia purificare nell’intimo attraverso il perdono dato, così da poterlo ricevere a nostra volta da Dio come potenza di riconciliazione e di pace. Gesù entra come vino nuovo nell’otre vecchio del tempio, mandandolo in pezzi, perché sia generato in lui, vino versato, l’otre nuovo, cioè lo spazio della piena e perfetta comunione di tutti gli uomini con Dio, nella fede, nella preghiera e nel perdono.