Collatio Marco 11,27-33

Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».

Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Eccoci dunque al terzo giorno a Gerusalemme e quindi, come al solito, nel tempio. E’ giunto il momento dello controversia più importante, prima della passione, con le autorità religiose e intellettuali riunite. Erano già giunte da Gerusalemme in Galilea a monitorare con preoccupazione il ministero di Gesù (cfr. 3,22 e 7,1); ora lo scontro avviene nel loro stesso territorio, a Gerusalemme, nel tempio. La domanda va direttamente al cuore della pretesa di Gesù, e risuona come un’accusa: “Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?”. L’accusa è quella di non appartenere a nessuna scuola rabbinica, che attraverso al tradizione risale, da discepolo a maestro, fino a Esdra e cioè in definitiva fino a Mosè: Gesù non è autorizzato a insegnare! È lo stupore che fin dal principio della sua predicazione aveva preso chi lo ascoltava: “insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (1,22). Con ogni evidenza la parola di Gesù non è la ripetizione di ciò che qualcuno gli ha insegnato, ma sgorga da Lui come da una sorgente misteriosa e potente: “Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!»” (1,27). Il lettore conosce fin dall’inizio qual è il segreto di questa parola efficace di Gesù: la sua autorità viene dalla potenza dello Spirito che è scesa su di lui e agisce in Lui, come un profeta di Dio, anzi come Colui al quale la voce dal cielo squarciato ha detto “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Ma Gesù non risponde subito a questa domanda dei capi. Essi non sono in grado di reggere all’autorivelazione di Gesù se prima non accettano di rispondere riguardo “il battesimo di Giovanni”: “veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi!”. C’è una disposizione della fede, all’accoglienza dei suoi inviati, che è pronta a lasciarsi scomodare dalla libertà dell’agire di Dio nella storia; senza questa disposizione non è possibile neppure comprendere e accogliere Gesù come l’ultimo definitivo inviato di Dio. Ma i capi non sono in grado di rispondere. Si rendono conto che la domanda di Gesù li mette con le spalle al muro: se il battesimo di Giovanni veniva da Dio avrebbero dovuto credere a lui, e non lasciarlo marcire in carcere, senza nulla dire, fino alla sua tragica fine; ma non possono neppure dire che veniva dagli uomini, perché “temevano la folla: tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta”. Alla fine la risposta di coloro che volevano mettere in difficoltà Gesù non può che essere tattica e impacciata: “non lo sappiamo”. Gesù non può dunque rispondere a sua volta, se non c’è nei suoi interlocutori l’onestà minima di mettersi sinceramente alla ricerca della volontà di Dio, e non semplicemente nella difesa delle proprie posizioni di potere e interessi. C’è una parola non data, un silenzio inevitabile, quando l’unico intento è quello si proteggere il proprio spazio di potere, indisponibili ad accogliere la parola profetica, cioè la parola libera di Dio, che entra nella storia, giudica l’ipocrisia, ribalta le logiche mondane e orienta al primato di Dio e della sua volontà.