Collatio 8-11-2018

Matteo 26,17-25

Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?».

Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

La domanda dei discepoli a Gesù svela già la prospettiva del racconto: la preparazione per mangiare la Pasqua è per Lui, è la “sua” Pasqua. Ancora una volta tutto nel racconto della passione si concentra su Gesù. Quello che i discepoli devono fare è presentare al padrone di casa la sovrana decisione di Gesù: “farò la Pasqua da te con i miei discepoli” e il motivo è che “il mio tempo è vicino”. Sì, questa Pasqua è di Gesù, questo tempo è il suo. È il tempo del pieno realizzarsi di tutta la sua vita e della sua missione, il tempo in cui tutto di Lui si compie. Egli non è la vittima schiacciata dagli eventi, travolto dalla malvagità umana: consapevolmente, liberamente, Gesù entra in questo tempo supremo. Ed è qui che anche si svelano i cuori dei discepoli: la profezia di Gesù riguarda uno, ma interpella tutti. L’annuncio della consegna riempie i discepoli di dolore: sono forse io? È la domanda per ogni discepolo, che, dinnanzi al cammino pieno di luce, verità e amore di Gesù verso l’offerta di sé, ritrova tutto il senso della propria incertezza, paura, oscurità, seppure nel desiderio di seguirlo e appartenergli. E infine in quell’ora anche è svelato il tradimento: il dramma del discepolo che, tradendo Gesù, tradisce in verità sé stesso, il senso della propria umanità afferrata irrevocabilmente da Lui: “meglio se non fosse mai nato”, “non sono più che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).