Collatio 24-11-2018

Matteo 27,50-56

Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.

Con un ripetuto, ultimo grido di supplica a Dio, Gesù si consegna nella morte. Fino all’ultimo respiro la sua solitudine e la sua preghiera non ricevono una risposta. Solo dopo, il Vangelo registra i segni della risposta di Dio, del suo operare nel mondo: sono i segni di una fine, e di un giudizio. La cortina del tempio è insanabilmente e interamente squarciata, presagio della fine del tempio che Gesù stesso ha annunciato (24,2) e che ora incombe. La terra trema e le rocce si spezzano davanti al giudizio di Dio, i santi di cui questa città ha sparso il sangue (23,34-39) appaiono ora risorti come estremo terribile ammonimento per Colei che ha tradito la sua santità, mettendo a morte, infine, anche il Figlio (21,33-39). Eppure questi segni di giudizio sono al tempo stesso un dono di rinnovata misericordia. Sullo sciagurato grido del popolo, che davanti a Pilato aveva invocato su di sé e sui propri figli la terribile responsabilità del sangue di Gesù, ora Dio fa prevalere il suo giudizio di misericordia, che non si lascia vincere dal peccato, ma ancora in tutti i modi offre spazio perché ognuno si lasci toccare, convertire e tornare a Lui. I primi a essere toccati, con grande paura, dai segni che vedono e di cui sono testimoni sono il centurione e gli altri soldati della guardia, che confessano Gesù “davvero Figlio di Dio”, come fecero i discepoli davanti a Gesù che camminava sulle acque, che fece cessare il vento e calmò le acque in tempesta (14,22-33). Ancora una volta la primizia viene inaspettatamente “da fuori”: come all’inizio Matteo ci aveva raccontato dei magi venuti dall’oriente che avevano annunziato il re d’Israele ad una Gerusalemme che, con Erode, era “tutta sconvolta” (2,3). Israele è fino in fondo provocato da una fede che il Signore attende da lui, ma che è testimoniata da “altri”. Al capitolo 8 il Vangelo aveva narrato il primo dei miracoli di Gesù e la inattesa grande fede di un centurione (8,10-13!), e ora è un centurione con la sua guardia a fare la professione di fede sotto la croce. Al capitolo 15 una donna pagana aveva convinto Gesù, con la sua fede “grande”, a ottenere la liberazione della figlia, come briciola caduta dalla mensa dei figli (15,21-28). Ora le donne cha dalla Galilea hanno seguito Gesù, sono a guardare da lontano e a raccogliere, con la loro presenza, tutto il cammino del vangelo per divenire poi le prime testimoni del Risorto, che invierà i discepoli a tutti i popoli. Alla morte di Gesù il castigo su Israele è solo annunciato, perché infine prevalga per Israele, come per tutti i popoli, la potenza di salvezza della misericordia di Dio nel tanto agognato ritorno a Lui.