Collatio 5-1-2019

Isaia 2,1-5

Messaggio che Isaia, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme.
Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti.

Verranno molti popoli e diranno: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri». Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.

Il primo versetto indica un nuovo inizio: Isaia vede una parola (“messaggio”). I capitoli successivi saranno la predicazione di questa parola, che Isaia scorge dentro gli avvenimenti di cui è testimone. Egli vede che in essi Dio parla. Una parola che è prima di tutto un orizzonte di salvezza, di giustizia, di pacificazione universale. Tutte le parole che ascolteremo dei capitoli a venire dovranno essere intese all’interno dell’orizzonte prospettico di questi primi 5 versetti del capitolo 2. Il monte del Signore, il monte Sion su cui è edificata Gerusalemme, sarà saldo, sarà finalmente liberato dai nemici e si innalzerà sopra i colli, le “alture” dei culti idolatrici, simbolo dell’innalzamento superbo dell’uomo che vuole mettersi al posto di Dio (Babele). Non più l’innalzamento causa di dispersione, incomprensione e conflitto, ma il monte del tempio, luogo di convergenza di tutte le genti (Pentecoste). I molti popoli verranno a Gerusalemme perché vedranno finalmente la città della giustizia e della pace, attratti dalla bellezza della sua armoniosa convivenza; verranno per imparare le vie del Signore e a camminare in esse. Verranno perché in essa troveranno la legge di Dio e la sua parola, destinata non solo a Israele, ma attraverso di lui a tutti i popoli, diventando così benedizione per “tutte le famiglie della terra” (cfr. Gen 12,1-3). I popoli “affluiranno” non più come dilagare minaccioso di eserciti distruttori di una città divenuta infedele, ma come “fiume che sale” calamitato dalla città purificata e fedele, per divenire una umanità riconciliata, riunita nel nome del Signore e nella sua volontà di giustizia e di bene. Una umanità non più impaurita che si nasconde da Dio e si vergogna della propria nudità davanti a Lui (Gen 3,10) e che si arma contro il fratello (Gen 4,8), ma una umanità finalmente disarmata e attrezzata per la cura del giardino del nutrimento e della vita (Gen 2,15), una umanità che può finalmente disimparare “l’arte della guerra”. È questa prospettiva che anima tutti gli oracoli di Isaia, anche le sue parole di denuncia, di minaccia, di castigo. In ogni parola risuona l’invito a Israele: venite, camminiamo nella luce del Signore! Perché la fedeltà di Israele al Signore e alla sua giustizia non sarà solo per il suo bene, ma per il bene, la riconciliazione, la benedizione di tutti i popoli. È il movimento dell’incarnazione: Dio fa splendere la sua luce agli uomini, attraverso la carne del Figlio suo obbediente. È la vocazione di Israele, è il compimento in Gesù, è la chiamata di quanti in Lui si riconoscono figli. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (cfr. Gv 1,1-18).