Collatio 14-1-2019

Isaia 5,24-30

Perciò, come una lingua di fuoco divora la stoppia e una fiamma consuma la paglia, così le loro radici diventeranno un marciume e la loro fioritura volerà via come polvere, perché hanno rigettato la legge del Signore degli eserciti, hanno disprezzato la parola del Santo d’Israele.

Per questo è divampato lo sdegno del Signore contro il suo popolo, su di esso ha steso la sua mano per colpire; hanno tremato i monti, i loro cadaveri erano come immondizia in mezzo alle strade. Con tutto ciò non si calma la sua ira e la sua mano resta ancora tesa.
Egli alzerà un segnale a una nazione lontana e le farà un fischio all’estremità della terra; ed ecco, essa verrà veloce e leggera. Nessuno fra loro è stanco o inciampa, nessuno sonnecchia o dorme, non si scioglie la cintura dei suoi fianchi e non si slaccia il legaccio dei suoi sandali. Le sue frecce sono acuminate, e ben tesi tutti i suoi archi; gli zoccoli dei suoi cavalli sono come pietre e le ruote dei suoi carri come un turbine. Il suo ruggito è come quello di una leonessa, ruggisce come un leoncello; freme e afferra la preda, la pone al sicuro, nessuno gliela strappa.
Fremerà su di lui in quel giorno come freme il mare; si guarderà la terra: ecco, saranno tenebre, angoscia, e la luce sarà oscurata dalla caligine.

Parole di un terribile giudizio portano a compimento la serie dei “guai” per un popolo ostinato nel peccato: “hanno rigettato la legge del Signore degli eserciti, hanno disprezzato la parola del Santo di Israele”. Rifiutare i comandi della vita e disprezzare la parola che il Signore affida al suo profeta è scelta di morte e di autodistruzione: come stoppia divorata dal fuoco, radici marce, fiori appassiti e spazzati via (cfr. Is 40,6-8!), che non porteranno alcun frutto. Allontanarsi dalla fonte della vita innesca un processo di sconvolgimento della creazione (“hanno tremato i monti”) e di propagazione di morte (“cadaveri come immondizia in mezzo alla strada”) che il profeta attribuisce ancora una volta allo sdegno del Signore: con il peccato l’umanità non va solo incontro alle conseguenze rovinose delle proprie scelte, ma alla mano stesa di Dio. Questo dà alla sorte del popolo peccatore al tempo stesso un senso più grave e una speranza: Israele non ha davanti solo l’esito di quel che fa, ma il volto di un Dio innamorato e geloso (cfr. 5,1-7!) che farà di tutto per attirare di nuovo a sé il popolo amato. Eppure… sembra non bastare! Il castigo non scuote il popolo, non lo risveglia, non si ravvede. Sembra un vicolo cieco: il peccato ottenebra e la sciagura non è letta come castigo per la conversione, ma sprofonda sempre più il popolo nelle false speranze, o nell’autocommiserazione, e questo rinnova e aggrava la rovina e il castigo: “con tutto ciò non si calma la sua ira e la sua mano resta ancora tesa”. A rendere tutto ancora più oscuro e terrificante ecco all’orizzonte l’apparire di una nazione lontana che avanza, su comando di Dio, con un esercito in perfetta efficienza, implacabile, come robot inquietanti e invincibili. Non si dice per ora neppure il nome di questa nazione, è un incubo oscuro e spietato, che ruggisce come una leonessa feroce e inattaccabile (cfr. per contrasto Gen 49,9-10!). Il suo avanzare è come il fremito del mare che oltrepassa i propri confini invadendo la terra asciutta (cfr. Gen 1,9-10!), come tenebra che riprende il proprio potere oscurando la luce in un ritorno al caos primordiale (cfr. Gen 1,3-5!). Il profeta l’aveva detto: “guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre” (v.20!). Chi potrà fermare questo ritorno di ogni cosa alla terra informe e deserta e all’abisso tenebroso che cancella la creazione di Dio (cfr. Gen 1,2!)?