Collatio 12-1-2019

Isaia 5,8-23

Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nella terra. 

Ha giurato ai miei orecchi il Signore degli eserciti: «Certo, molti palazzi diventeranno una desolazione, grandi e belli saranno senza abitanti». Poiché dieci iugeri di vigna produrranno solo un bat e un homer di seme produrrà un’efa.
Guai a coloro che si alzano presto al mattino e vanno in cerca di bevande inebrianti e si attardano alla sera. Il vino li infiamma. Ci sono cetre e arpe, tamburelli e flauti e vino per i loro banchetti; ma non badano all’azione del Signore, non vedono l’opera delle sue mani. Perciò il mio popolo sarà deportato senza che neppure lo sospetti. I suoi grandi periranno di fame, il suo popolo sarà arso dalla sete. Pertanto gli inferi dilatano le loro fauci, spalancano senza misura la loro bocca. Vi precipitano dentro la nobiltà e il popolo, il tripudio e la gioia della città. L’uomo sarà piegato, il mortale sarà abbassato, gli occhi dei superbi si abbasseranno. Sarà esaltato il Signore degli eserciti nel giudizio e il Dio santo si mostrerà santo nella giustizia. Allora vi pascoleranno gli agnelli come nei loro prati, sulle rovine brucheranno i grassi capretti.
Guai a coloro che si tirano addosso il castigo con corde da tori e il peccato con funi da carro, che dicono: «Faccia presto, acceleri pure l’opera sua, perché la vediamo; si facciano più vicini e si compiano i progetti del Santo d’Israele, perché li conosciamo».
Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro.
Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti.
Guai a coloro che sono gagliardi nel bere vino , valorosi nel mescere bevande inebrianti,
a coloro che assolvono per regali un colpevole e privano del suo diritto l’innocente.

In questo testo ricco e potente ci ritroviamo un po’ tutti, con le nostre stoltezze e i nostri peccati. Sei “guai” ritmano il lamento su un popolo che ha smarrito la strada e così facendo è artefice della propria rovina. Ciò che ha sotto gli occhi riempie il profeta di sdegno e di dolore. Aggiungere casa a casa, campo a campo è il segno di una avidità che vuole impossessarsi della terra, consumarla (…quanto è attuale!) per rimanere da soli, senza accorgersi che ciò che si pretende di ottenere alla fine diventa il propria condanna: palazzi deserti, grandi e belli senza abitanti! Affermare se stessi, mettersi al posto di Dio, escludere gli altri, e ritrovarsi nella maledizione della solitudine; abitare una terra di cui ci si è impadroniti e che così si isterilisce. Ma non basta, perché all’insipienza dell’avidità si aggiunge l’ottundimento della coscienza attraverso l’esasperata ricerca del lusso, come in una sbornia che non vuole vedere nulla e assumersi responsabilità: “non badano all’azione del Signore, non vedono l’opera delle sue mani”, presi solo da se stessi, dalla ricerca del proprio godimento passeggero, così inconsapevoli da non accorgersi neppure della rovina che li prende. L’immagine terribile è quella di un corteo festante e gioioso che entra ignaro nella bocca spalancata della morte. Eppure il profeta, ripetendo quello che avevamo sentito al capitolo 2 (vv. 9.11.17), vi intravvede una possibilità: l’esperienza di una umiliazione che potrà riportare l’uomo, l’Adàm orgoglioso, alla conoscenza e al timore di Dio. Ma i “guai” non sono finiti: non c’è solo avidità arrogante e folle ottundimento, ma anche ostentazione del peccato e pervicacia, provocazione e disprezzo nei confronti di Dio e del suo profeta. Non si vive più al cospetto di Dio e delle esigenze della sua giustizia, lo si ritiene irrilevante e lo si sfida apertamente, nella falsa sicurezza della propria impunità, di non avere nessuno al di sopra. Esiste solo la propria opera e i propri progetti, senza risponderne con nessuno. E così si falsifica la realtà, si sovvertono i valori, si mistifica la verità, ci si costruisce un mondo artificiale alla rovescia, secondo le proprie voglie i propri interessi. E ci si ritiene sapienti: non più legati agli obsoleti criteri della giustizia di Dio e ai suoi fastidiosi comandi; ci si sente più intelligenti degli altri, affrancati dal falso timore di un Dio che non ha più nessun posto in questo mondo, perché questo mondo è nostro, è dei prepotenti. Niente vale più nulla se non il proprio piacere di un momento: né la propria dignità, né la giustizia, né il diritto dell’innocente.