Collatio 5-3-2019

Isaia 26,7-19

Il sentiero del giusto è diritto,
il cammino del giusto tu rendi piano.
Sì, sul sentiero dei tuoi giudizi,
Signore, noi speriamo in te;
al tuo nome e al tuo ricordo
si volge tutto il nostro desiderio.

Di notte anela a te l’anima mia,
al mattino dentro di me il mio spirito ti cerca,
perché quando eserciti i tuoi giudizi sulla terra,
imparano la giustizia gli abitanti del mondo.
Si usi pure clemenza al malvagio:
non imparerà la giustizia;
sulla terra egli distorce le cose diritte
e non guarda alla maestà del Signore.
Signore, si era alzata la tua mano,
ma essi non la videro.
Vedranno, arrossendo, il tuo amore geloso per il popolo,
e il fuoco preparato per i tuoi nemici li divorerà.
Signore, ci concederai la pace,
perché tutte le nostre imprese tu compi per noi.
Signore, nostro Dio, altri padroni,
diversi da te, ci hanno dominato,
ma noi te soltanto, il tuo nome invocheremo.
I morti non vivranno più,
le ombre non risorgeranno;
poiché tu li hai puniti e distrutti,
hai fatto svanire ogni loro ricordo.
Hai fatto crescere la nazione, Signore,
hai fatto crescere la nazione, ti sei glorificato,
hai dilatato tutti i confini della terra.
Signore, nella tribolazione ti hanno cercato;
a te hanno gridato nella prova, che è la tua correzione per loro.
Come una donna incinta che sta per partorire
si contorce e grida nei dolori,
così siamo stati noi di fronte a te, Signore.
Abbiamo concepito,
abbiamo sentito i dolori
quasi dovessimo partorire:
era solo vento;
non abbiamo portato salvezza alla terra
e non sono nati abitanti nel mondo.
Ma di nuovo vivranno i tuoi morti.
I miei cadaveri risorgeranno!
Svegliatevi ed esultate
voi che giacete nella polvere.
Sì, la tua rugiada è rugiada luminosa,
la terra darà alla luce le ombre.

I piedi degli oppressi e i passi dei poveri, che con la loro mitezza calpestano la sempre insorgente città orgogliosa, diventano un sentiero diritto, sul quale il giusto cammina perché è il Signore stesso che dispone e appiana la strada: non è il cammino di chi crede di costruire una propria giustizia, ma il riconoscimento che è il Signore che compie “tutte le nostre imprese” predisponendo la strada della sua giustizia sulla quale procedere. Dice Paolo: “Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi vi camminassimo” (Ef 2,8-10). E il segreto di questa “giustizia”, di questa via di riconoscimento della presenza di Dio e di docilità alla sua azione nella nostra vita è, come insegnano tanti salmi, il respiro della preghiera di Israele: porre la speranza in Lui, fare memoria continua di Lui, volgere a Lui il nostro desiderio, anelare a Lui e cercare Lui in ogni momento dal profondo della nostra anima e del nostro spirito. In questo modo “gli abitanti del mondo” imparano la giustizia di Dio, contemplando il suo modo di agire per Israele in mezzo ai popoli. Ma senza questa disponibilità a riconoscerlo presente, a “imparare” da Lui nelle vicende della vita, a lasciare la propria orgogliosa affermazione di sé e le proprie ostinazioni, a nulla vale il dispiegarsi dell’opera di Dio: il malvagio “non imparerà la giustizia… distorce le cose diritte e non guarda alla maestà del Signore. Signore, si era alzata la tua mano, ma essi non la videro!”. Per il popolo umile e fedele, invece, anche l’esperienza della prova e della desolazione, quando tutto sembra smentire l’opera di Dio, è il tempo di un rinnovato abbandono nelle mani di Dio, e la fiducia in Lui e l’invocazione sono ancora una volta l’inizio di una nuova liberazione. Certo la morte è la parola definitiva per una vita chiusa alla presenza di Dio e al dono del suo amore. Eppure il Signore è così traboccante di vitalità, che la sua gloria si realizza davvero non nella distruzione, ma nella crescita della nazione, in confini sempre più dilatati, in grado di accogliere una discendenza numerosa. Il popolo fedele sa che le sue fatiche e tribolazioni non producono da sé sole un futuro rinnovato; l’intelligenza della fede è cercare il Signore anche quando la sua mano pesa su di noi, riconoscendo la sua correzione. Davanti a Lui tutto il nostro affanno ci appare così inutile e vano! Il popolo chiamato a fecondare il mondo con la testimonianza di una sofferenza salvifica e generativa, non vede altro che un esito vuoto, impotente, incapace di segnare davvero la storia, di avviare processi nuovi di giustizia e di vita. Solo il Signore con la sua potenza di risurrezione può donare vita, come dolce rugiada che piena di luce delicatamente impregna di sé la terra scura fino a raggiungere le ombre che giacciono incatenate nell’abisso della morte: è un risveglio di vita nuova, una esultanza incontenibile per chi sperimenta la vittoria sulla morte operata dalla inesausta volontà di bene di Dio per la sua creazione.