Collatio 22-3-2019

Isaia 30,19-26

Popolo di Sion, che abiti a Gerusalemme,
tu non dovrai più piangere.
A un tuo grido di supplica ti farà grazia;
appena udrà, ti darà risposta.

Anche se il Signore ti darà il pane dell’afflizione
e l’acqua della tribolazione,
non si terrà più nascosto il tuo maestro;
i tuoi occhi vedranno il tuo maestro,
i tuoi orecchi sentiranno questa parola dietro di te:
«Questa è la strada, percorretela»,
caso mai andiate a destra o a sinistra.
Considererai cose immonde le tue immagini ricoperte d’argento;
i tuoi idoli rivestiti d’oro getterai via come un oggetto immondo.
«Fuori!», tu dirai loro.
Allora egli concederà la pioggia per il seme
che avrai seminato nel terreno,
e anche il pane, prodotto della terra, sarà abbondante e sostanzioso;
in quel giorno il tuo bestiame pascolerà su un vasto prato.
I buoi e gli asini che lavorano la terra
mangeranno biada saporita,
ventilata con la pala e con il vaglio.
Su ogni monte e su ogni colle elevato
scorreranno canali e torrenti d’acqua
nel giorno della grande strage,
quando cadranno le torri.
La luce della luna sarà come la luce del sole
e la luce del sole sarà sette volte di più,
come la luce di sette giorni,
quando il Signore curerà la piaga del suo popolo
e guarirà le lividure prodotte dalle sue percosse.

Il mondo nuovo, puro dono di Dio, non è però una magia, perché è al tempo stesso il frutto di una umanità riconciliata, risanata, convertita. È solo allora che anche tutta la creazione restituisce in bellezza, vita, abbondanza, nutrimento e luce la manifestazione di una umanità che cammina nella giustizia. Dirà Paolo: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”. Ma non ci sarà giustizia fino a che non “cadranno le torri”: quando il segno dell’orgogliosa ostinazione e della difesa solitaria sarà abbattuto, “nel giorno della grande strage”, solo allora esploderà tutta l’immensa luce di Dio nella creazione, “come la luce di sette giorni” tutti in una volta. Ciò che il Signore attende è solo quel “grido di supplica” che trasforma il pianto in preghiera. Quando il dolore rompe la stupida affermazione di noi stessi e oltrepassa la nostra ostinata insensibilità, quando il pianto si apre al riconoscimento della giustizia di Dio e all’ammissione che ci siamo costruiti da soli il nostro inferno, quando torniamo, come il figlio prodigo, contriti verso il Padre, allora, in un solo attimo, tutta la lunga attesa di Dio si trasforma in consolazione e in festa: “A un tuo grido di supplica ti farà grazia; appena udrà, ti darà risposta” (cfr. Lc 15!). Quel “pane dell’afflizione” e quella “acqua della tribolazione”, ci hanno aiutato a tornare in noi stessi, ad aprire i nostri occhi, a riconoscere la nostra stoltezza, ad accogliere il Maestro, a udire la sua voce che con dolcezza continua a indicarci la strada.
Ora lo vediamo: l’agire di Dio verso di noi ha una sapienza profonda e unitaria “il Signore curerà la piaga del suo popolo e guarirà le lividure prodotte dalle sue percosse”. Pazientemente il Signore ci conduce verso un vero rinnovamento del nostro spirito, facendoci attraversare l’amarezza del castigo, esito doloroso della nostra ingiustizia e caparbietà, affinché, tornati a Lui, mentre guarisce i lividi delle sue percosse, venga risanata la piaga del nostro cuore, perché solo da un cuore ferito può sgorgare l’amore che guarisce il mondo.