Collatio 4-5-2019

Ebrei 2,10-18

Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza.

Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo:
Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi;
e ancora:
Io metterò la mia fiducia in lui;
e inoltre:
Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato.
Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Il Figlio non è solo. Da Dio provengono tutte le cose, e anche gli uomini, che ama e per i quali ha destinato la sua gloria. Gesù accetta di condividere non la condizione angelica, ma quella degli uomini, afflitti dalla sofferenza e sottomessi alla morte, e insieme oggetto di tutta la tenerezza e la cura di Dio. Dio non può sopportare che gli uomini vivano nella schiavitù sotto il peso di una morte vista come la fine di tutto, incapaci di mettere la loro fiducia in Dio, e quindi di vivere con speranza e amore. La liberazione necessaria è quella dell’anima, salvata dal non senso, dalla paura, dall’isolamento che si insinua nell’esperienza della sofferenza e della morte. È ciò che Gesù accetta di attraversare, condividendo in tutto la nostra condizione umana, ma vivendo la sofferenza e la morte senza togliere la sua fiducia in Dio. Accetta di vivere sulla croce l’abbandono di Dio (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, Sal 21,1!), per annunciare il suo nome a coloro che ora può davvero, pienamente chiamare “fratelli” (citando lo stesso Salmo 21, al v. 23!; cfr. i vangeli della risurrezione: Mt 28,10 e Gv 20,17!), perché ne ha condiviso fino in fondo “il sangue e la carne”, assomigliando loro fino alla sofferenza e alla morte. Così Gesù ci “santifica”, strappa da noi quella paura schiavizzante della morte che è la radice del peccato, disarma il diavolo e le sue menzogne, e diventa “sommo sacerdote misericordioso e fedele”. Sa che cosa significa essere “messi alla prova”, come per ogni uomo che attraversa la vita con i suoi patimenti, e, con la sua piena fedeltà a Dio nella morte, può ora esercitare la misericordia verso chi si affida a lui, riaprendo la strada alla vera fiducia nel Signore, ad una vita liberata nella speranza. Qui per la prima volta si dice che Gesù è “sommo sacerdote”. Sarà il tema che occuperà la grande parte centrale della lettera. Qui abbiamo inteso che questo sacerdozio di Gesù consiste nel suo essere pienamente immerso nella condizione umana, fino alla morte, e nel suo legame di fiducia e perfetta unione filiale con Dio. È in questa “doppia catena” che si realizza la liberazione e la salvezza per quegli altri “figli” che Dio gli ha dato.