Collatio 11-5-2019

Ebrei 4,14-16

Dunque, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.

Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.

Dopo 2,17 (“un sommo sacerdote misericordioso e fedele”) e 3,1 (“Gesù, apostolo e sommo sacerdote della nostra professione”), ora la ripresa di questo termine “sommo sacerdote” (che sarà il punto della grande trattazione centrale a proposito di Gesù) si arricchisce di tutto il significato che possiamo sentire dopo il commento al salmo 94: l’ambientazione del deserto, il fallimento del primo tentativo di entrare nella terra promessa per la mancanza di fede, ci aiutano a comprendere l’espressione “ha attraversato i cieli” come il pieno realizzarsi di quell’oltrepassamento anticamente fallito verso la promessa del riposo di Dio. Noi possiamo contare su Gesù: egli ci conduce alla piena comunione con Dio varcando con mitezza filiale la soglia della morte verso la pienezza della vita. Questo è il suo “sommo sacerdozio”, la potenza del suo “pontificato”, cioè dell’efficacia del suo “fare da ponte” per noi attraverso la morte verso la vita. E Gesù può davvero compiere questo “collegamento” tra la terra e il cielo perché è del tutto partecipe delle nostre debolezze, pienamente coinvolto nel nostro patire e nel nostro essere messi a prova. E questo Gesù lo realizza non “escluso il peccato”, come se a questa condivisione mancasse qualcosa, ma “senza peccato”, cioè senza perdere la sua fiducia filiale e quindi, per l’appunto, accettando fino in fondo i suoi “fratelli” (cfr. 2,11-18), quei “figli che Dio mi ha dato” (2,13; cfr. Gv 6,37.39; 10,29; 17,2.6-9.12.24; 18,9!), fino alla morte. Quindi è proprio perchè Gesù attraversa la prova “senza peccato” che può non isolarsi da Dio e dai fratelli, ma vivere tutto come il luogo della confidenza con il Padre e della piena ospitalità di tutti noi in Lui (cfr. Gv 17). Quindi sì, abbiamo un “sommo sacerdote grande”, perché è grande il cuore di Colui che senza limiti ci accoglie e dilata i suoi confini perché nessun uomo, e nessuna condizione umana di patimento, di prova, di lontananza possa considerarsi “fuori”. Questa è la “piena fiducia” con cui ci accostiamo a Lui, certi di trovare sempre e comunque misericordia e grazia, e vero aiuto nel momento della nostra necessità. Noi abbiamo Lui! Questa è lo stupore confidente, la gioia filiale, la commozione grata di ogni cristiano, chiamato a tenere ferma, a custodire gelosamente per sè e per tutti il senso meraviglioso del dono di questa strada definitivamente aperta, attraverso il cuore compassionevole e fedele di Gesù, nel cuore stesso di Dio e nel mistero insondabile del suo amore.