Collatio 17-5-2019

Ebrei 5,11-6,12

Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti a capire. Infatti voi, che a motivo del tempo trascorso dovreste essere maestri, avete ancora bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi delle parole di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido.

Ora, chi si nutre ancora di latte non ha l’esperienza della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male. Perciò, lasciando da parte il discorso iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è completo, senza gettare di nuovo le fondamenta: la rinuncia alle opere morte e la fede in Dio, la dottrina dei battesimi, l’imposizione delle mani, la risurrezione dei morti e il giudizio eterno. Questo noi lo faremo, se Dio lo permette. Quelli, infatti, che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro. Tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli un’altra volta portandoli alla conversione, dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia. Infatti, una terra imbevuta della pioggia che spesso cade su di essa, se produce erbe utili a quanti la coltivano, riceve benedizione da Dio; ma se produce spine e rovi, non vale nulla ed è vicina alla maledizione: finirà bruciata! Anche se a vostro riguardo, carissimi, parliamo così, abbiamo fiducia che vi siano in voi cose migliori, che portano alla salvezza. Dio infatti non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e che tuttora rendete ai santi. Desideriamo soltanto che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine, perché non diventiate pigri, ma piuttosto imitatori di coloro che, con la fede e la costanza, divengono eredi delle promesse.

Il filo si interrompe e il tono cambia improvvisamente. L’autore si rivolge direttamente ai suoi ascoltatori-lettori per una specie di pausa di riflessione: il percorso è ancora lungo, ma la difficoltà che avvertiamo nel seguire il cammino, ci dice la lettera, sta nella nostra “pigrizia di orecchie”. Il rimprovero che ci viene rivolto è severo: dopo tutto questo tempo siamo ancora lì, bisognosi di ricevere istruzioni sugli elementi fondamentali della fede! Come si può procedere oltre, se siamo ancora così incerti su ciò che è fondamentale? La lettera fa due elenchi, per farci capire cosa intende per “latte”, adatto ai primi passi di chi è ancora “bambino nella fede” e “cibo solido” per i “perfetti” (cfr. 1Cor 3,1-3). Nel primo elenco ci sono una serie di dottrine fondamentali cui aderire che riguardano la fede: la conversione come allontanamento dal peccato e fede in Dio, il significato del battesimo cristiano e come si differenzia dal battesimo di Giovanni e dei farisei, il senso del gesto dell’imposizione delle mani, la dottrina a proposito della risurrezione e del giudizio ultimo. È una sorta di catechismo fondamentale, che la lettera vorrebbe dare per acquisito. Ma questo è solo la premessa per una vita davvero cristiana. Perché c’è un “secondo livello”, adulto, che corrisponde non a dottrine più elaborate o complesse, ma all’esperienza della grazia. Non si tratta più, semplicemente di aderire ad una serie di verità, ma di sperimentare il dono di Dio, e quindi di saper riconoscere, a partire da questa esperienza, “il bene e il male” nella nostra vita. Ecco allora il secondo elenco, che non è più un elenco di dottrine, ma di esperienze: “quelli che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro”. È l’esperienza sacramentale all’interno della comunità cristiana vissuta come l’essere toccati da un amore illuminante, consolante che trasforma in profondità il gusto dell’esistenza e ci fa vivere ogni cosa in modo nuovo, dal di dentro, come figli. Questa esperienza della grazia è ciò che ci rende “adulti”, consapevoli del dono dello Spirito in noi, riconoscerci abitazione di Dio. Questa è, per la lettera, la “perfezione”, nel senso che è la condizione di “compimento” della promessa di Dio per noi e del nostro anelito, nella novità definitiva di Gesù. “Quelli che sono stati una volta illuminati”: qui si usa una parola che tornerà più avanti a indicare l’evento salvifico di Gesù che offre se stesso sulla croce “una volta per tutte”. Per questo, secondo Ebrei, se si rinnega questa esperienza, la si disprezza in noi stessi dopo averla sperimentata, non ci rimane più niente. Niente più può “rinnovarci”, ricostituirci in una novità che è già definitivamente data in Gesù, che ha dato se stesso per noi. Quella pioggia di grazia e di misericordia sulla nostra vita, deve portare frutti buoni, di carità e di servizio, altrimenti si rimane nella maledizione antica (la terra che produce “spine e rovi” cfr. Gen 3,18 e anche Is 5,6 e 7,23-25). E per questo è necessario per noi lo zelo perché attraverso la fede (nell’evento passato della salvezza) e la costanza (ogni giorno nel presente), possiamo far fruttificare la speranza (verso il futuro celeste aperto a noi da Gesù) e crescere nel dono ricevuto.