Collatio 18-5-2019

Ebrei 6,13-20

Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso dicendo: Ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza. Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso.

Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro, e per loro il giuramento è una garanzia che pone fine a ogni controversia. Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento, affinché, grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek.

Ecco il primo “che con la fede e la costanza” divenne “erede delle promesse” e di cui essere imitatori: Abramo. Al capitolo 11 percorreremo il lungo tragitto di questi testimoni della fede nelle Scritture. Ora ci viene presentato il “padre dei credenti”. L’autore ama inanellare i testi collegandoli con delle parole chiave: qui la parola è giuramento, così come risuonava già nella citazione del Salmo 94 (“ho giurato nella mia ira, non entreranno nel mio riposo”) e come sarà ripresa nel commento al Salmo 109 (“ho giurato e non mi pento: tu sei sacerdote per sempre…”), che è il grande punto di riferimento per la trattazione di tutta la lettera. Qui il richiamo è alla vicenda che vede protagonista Abramo, che dopo essere stato messo alla prova con la richiesta da parte di Dio del sacrificio di Isacco suo figlio, riceve attraverso l’angelo la parola di una nuova promessa di benedizione, questa volta attraverso una formula di giuramento: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare” (Gen 22,16-17). In questo modo ci viene indicato come il Signore soccorre la costanza nella fede di Abramo attraverso la conferma delle promesse che viene dalla formula solenne del giuramento. I “due atti” sono dunque questi: la promessa e il giuramento. E così la promessa di Dio viene rafforzata, resa irrevocabile, stabile, per poter appoggiare su di essa tutta la nostra speranza. La “costanza” di cui parla la lettera, che possiamo imitare e imparare da Abramo, è la possibilità di sentirci agganciati così profondamente alla promessa di Dio, da non essere travolti dai sentimenti che viviamo dentro le vicende a volte turbolente dei nostri giorni, ma da poterli accogliere e contenere nella certezza della più grande fedeltà di Dio. La speranza che ci è posta davanti in Gesù è la meta celeste del nostro cammino, “al di là del velo del santuario” (più avanti la lettera ci spiegherà meglio il senso di questa immagine…). Lui è il “precursore per noi” colui che ci ha preceduto al di là della morte per stabilire il termine sicuro del nostro cammino nell’abbraccio del Padre. Se questa è la nostra più vera e profonda speranza, stabilita sulla roccia della promessa e del giuramento di Dio, e già compiuta in Gesù, allora, per quanto sballottata e scossa, la barca della nostra vita non naufragherà, ma rimarrà saldamente ancorata nella pace e nella fiducia.