Collatio 28-5-2019

Ebrei 9,1-10

Certo, anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno. Fu costruita infatti una tenda, la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i pani dell’offerta; essa veniva chiamata il Santo. Dietro il secondo velo, poi, c’era la tenda chiamata Santo dei Santi, con l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne, che era fiorita, e le tavole dell’alleanza. E sopra l’arca stavano i cherubini della gloria, che stendevano la loro ombra sul propiziatorio. Di queste cose non è necessario ora parlare nei particolari.

Disposte in tal modo le cose, nella prima tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrare il culto; nella seconda invece entra solamente il sommo sacerdote, una volta all’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per quanto commesso dal popolo per ignoranza. Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era stata ancora manifestata la via del santuario, finché restava la prima tenda. Essa infatti è figura del tempo presente e secondo essa vengono offerti doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, colui che offre: si tratta soltanto di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni carnali, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate.

La “prima alleanza”, è lì solo per essere superata o ha qualcosa da dirci? La descrizione che in questi versetti si fa delle norme cultuali e del santuario sono il modo con cui in realtà il Signore ci parla: “Lo Spirito Santo intendeva così mostrare…”. C’è prima di tutto lo sguardo sul “santuario terreno”, anzi, più letteralmente, sul “santuario cosmico”: la tenda edificata da Mosè sulla base del modello “mostrato sul monte” (8,5) non è semplicemente “terreno” in opposizione al santuario celeste, ma è “cosmico” nel senso che con i suoi spazi e le sue suppellettili costituisce una sorta di rappresentazione “in piccolo” del cosmo, dell’intera creazione ordinata di Dio. E in questo “ordine degli spazi” il punto fondamentale è la separazione, rappresentata dal velo, tra uno spazio accessibile e uno inaccessibile, tra ciò che si vede, e ciò che rimane dietro il velo, invisibile. Così è il mistero della vita, dell’esistenza, del mondo che il rito indica. Quindi la “prima tenda”, quella edificata da Mosè, in realtà è costituita al suo interno da questa stessa dinamica di attesa-compimento tra una “prima tenda” di qua, e una “seconda tenda” di là. Israele è di qua, nel tempo, nelle stagioni, nel dono della terra e della vita, nella gratitudine, ma celebra sempre “sulla soglia” di questo “altrove”, che custodisce il segno della presenza misteriosa di Dio, della sua provvidenza (la manna) del dono sua vita che rinasce e della sua benedizione (la verga di Aronne), della sua volontà e della sua giustizia (le tavole dell’alleanza). E questi spazi tra un “qui” e un “là”, tra ciò che si vede e ciò che non si vede, sono il luogo di una celebrazione che ha “norme per il culto” che scandiscono i “tempi”. Ogni giorno e in ogni sua festa Israele celebra nella “prima tenda”, al di qua del velo, ma una sola volta all’anno, nel grande giorno dell’espiazione (kippur), il giorno del perdono, il sommo sacerdote, lui solo, varca la soglia, entra nello spazio inaccessibile, supera, ritualmente, il confine della vita e della morte, portando il sangue del sacrificio, per ricevere il perdono per sé e per il popolo. In quel giorno unico il ciclo del tempo che sempre ritorna in qualche modo “si spezza”, e il tempo va oltre se stesso, in una dimensione nuova, liberata dalla morte. Il santuario edificato da Mosè nel deserto, con i suoi riti e i suoi tempi, è una meravigliosa profezia, in cui lo Spirito Santo indica un altrove e l’attesa di “una volta per tutte” in cui un solo “sommo sacerdote” apra davvero la via dal “tempo presente” alla vita perdonata, redenta e santificata cui il Signore chiama noi e tutta la creazione. Anche per noi, in fondo, non c’è celebrazione cristiana che non sia uno stare sulla soglia di quel passaggio “da questo mondo al Padre” (Gv 13,1!) che Gesù ha inaugurato per noi, che illumina il nostro presente e anticipa il nostro futuro e la meta di tutto.