Collatio 23-7-2019

Giovanni 3,22-30

Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava. Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione.

Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire».

A differenza della narrazione lineare dei sinottici, che, come in una sorta di passaggio di testimone, immaginano l’inizio del ministero pubblico di Gesù solo dopo l’incarcerazione di Giovanni Battista, il Vangelo di Giovanni ricorda invece un breve periodo di “coesistenza”, in cui mentre Giovanni ancora svolge il suo servizio di “battezzatore” lo stesso Gesù (ma si preciserà la cosa in 4,2) intrattenendosi in Giudea con i suoi discepoli, “battezzava”. Questo fatto costituisce lo sfondo di una discussione dei discepoli di Giovanni con un Giudeo a proposito del significato di questi riti di purificazione. Ricorderete come la testimonianza di Giovanni aveva avuto lo spunto, in 1,19, proprio dalle domande che gli “esperti” di riti di purificazione (sacerdoti e leviti) gli avevano posto, inviati appunto dai Giudei di Gerusalemme. Ora la questione sembra riaccendersi, proprio nel momento in cui non è solo Giovanni che battezza, ma anche lo stesso Gesù, il quale pare riscuotere ancora più “successo”. L’imbarazzo, dunque, dei discepoli di Giovanni non sta solo nel fatto di non saper dare conto di quello che sta succedendo, e che la cosa potrebbe complicare ancora di più la posizione di Giovanni presso i capi di Gerusalemme, ma più sottilmente la loro preoccupazione è che il successo di Gesù (“ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui!”) metta in ombra il ministero del loro maestro. Insomma… ma che modo è…? lui che è stato un tuo discepolo (“era con te dall’altra parte del Giordano”), e lo hai persino sponsorizzato (“al quale hai dato testimonianza”)… adesso si mette anche a lui a battezzare parallelamente… bel ringraziamento! Come sempre, la linea di confine che distingue un servizio dalla gestione di un potere è sottilissima, e sono l’invidia e la gelosia a farcela superare e a distorcere tutto. La risposta di Giovanni è semplicissima, priva di ogni moralismo, di un qualsiasi richiamo a esortazioni alla correttezza o all’umiltà o al “bon ton” religioso. Il punto è un altro ed è radicale, perché si gioca davanti a Dio: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo”. Non si tratta di concedere uno spazio che ci appartiene, ma di riconoscere la propria impotenza e il proprio essere sempre destinatari di doni. Tutto qui. Quindi l’invidia dei discepoli (come la nostra) prima che essere cattiva è semplicemente stupida! È una fatica vana, è una pretesa inutile. Del resto Giovanni l’aveva detto a chiare lettere fin dall’inizio: “non sono io il Cristo ma sono stato mandato davanti a lui”. Lui sa che il suo è semplicemente un servizio in vista di qualcun altro. Gesù è il Cristo e lui è lo sposo del popolo: tutti vanno a Lui perché a Lui appartengono. Quando non si capisce più questa roba qui, salta tutto. Si va nei matti. È meravigliosa la descrizione che Giovanni fa della sua gioia: lui è l’amico dello sposo! È una figura istituzionale, l’amico più intimo dello sposo, che prepara le nozze e ne testimoniava la validità. Vigile e fedele deve essere presente per udire la voce dello sposo che grida di gioia davanti ala sua sposa tutta pronta per lui. A quel punto ha assolto il suo compito e può uscire di scena (“lui deve crescere io invece diminuire”). “Ora la mia gioia è piena!”. Potremmo dire che questa davvero è la “gioia del Vangelo”. La gioia di Giovanni, come poi di ogni discepolo divenuto testimone, è che anche gli altri scoprano la gioia che riempie il suo cuore. Non siamo noi a dare gioia, o a realizzare le attese e il bisogno di verità e di vita che c’è nel cuore degli altri. Testimoniare il Vangelo significa essere a servizio delle nozze, affinché Colui che riempie di gioia noi, possa riempire di gioia anche gli altri: questa è la “gioia piena”, non “avere dei discepoli” o gente che ti “segue”! Quando cominciamo a pensare che siamo noi importanti, che siamo noi che riempiamo il cuore degli altri, allora fatalmente perdiamo la nostra gioia, che è un regalo di Gesù, perché ci dimentichiamo che la nostra gioia consiste semplicemente nell’essere suoi “amici”. E chi ha perduto la sua gioia, non può più condividerla con gli altri. Dice Paolo ai Corinzi: “Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia!” (2Cor 1,24). Che Gesù cresca e io diminuisca non è dunque il sacrificio della perfetta (ma sempre in attesa di rivalsa) umiltà, ma la possibilità che tutti, a partire da me “minimo”, siamo ricolmati e resi traboccanti della sua gioia, che è amore liberante.