Collatio 22-7-2019

Giovanni 3,16-21

«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Il discorso di Gesù prosegue e Nicodemo sparisce dalla scena: rimane solo la parola di Gesù, in tutta la sua signoria, proclamata per ogni lettore del vangelo. Il Figlio dell’uomo, che discende dal cielo e che è innalzato come il serpente di Mosè perché chi crede viva, è il Figlio di Dio, dono del Padre, inviato per la vita di chiunque crede. Tutto il movimento di salvezza che si realizza nella persona di Gesù scaturisce da un atto irrevocabile d’amore da parte di Dio: “così amò Dio il mondo da dare il suo Figlio”. L’amore di Dio è il dono del Figlio: un Figlio dato, consegnato, inviato, in cui ci è offerto e riceviamo tutto l’amore di Dio. Il mondo gli sta a cuore! Il nostro mondo, il mondo degli uomini, i nostri affanni, desideri, gioie, dolori, speranze, fatiche. In Gesù Dio intende dire la parola ultima, definitiva: non la condanna, ma la salvezza del mondo! Non più un diluvio distruttore per ricominciare con il sogno di un mondo tutto nuovo e puro, ma la pazienza ricreatrice capace di rinnovare e portare a salvezza il nostro mondo aprendoci al segno del suo amore in Gesù. Dio non condanna; non ce n’è bisogno! Il giudizio è ciò in cui già siamo, è la nostra esperienza di fondo. È la condizione stessa del nostro essere diffidenti e chiusi alla sua iniziativa. Qui davvero c’è un mistero: l’amore degli uomini per le tenebre. Come un circolo vizioso di auto-condanna: odiare la luce, per paura che si sveli l’inconsistenza della nostra vita, ci porta sempre più nello spazio tenebroso e maledetto della solitudine e della recita. È quella dinamica perversa, ma che conosciamo così bene, di auto-sabotaggio che ci tiene lontani proprio da ciò che potrebbe guarirci. Il segno innalzato di Gesù è dunque l’esposizione di un amore che accetta di fallire. E proprio dentro il fallimento di un amore nudo, disarmato, rifiutato, si mostra la gloria di un amore condannato che non condanna ma rimane fedele fino alla fine, di una luce che non svergogna, non umilia, non irride, ma fa grazia, riveste, dona bellezza. Allora “chi fa la verità viene alla luce” non perché le sue opere sono “giuste”, ma perché sono fatte nella luce e nell’amore di Dio.