Collatio 11-09-2019

Giovanni 9,24-34

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».

Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Il cieco guarito si ritrova a doversi scontrare con una presa di posizione sempre più ideologica e ottusa da parte dei Giudei, che in nome della griglia rigida della loro comprensione della legge sono ormai persuasi a ottenere a tutti i costi una delegittimazione di Gesù, perfino pretendendo dallo stesso cieco guarito una specie di anti-confessione, di disconoscimento di Gesù, di condanna di colui che lo ha guarito: “Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore!”. Ma sempre più il cieco guarito emerge con tutta la forza morale e spirituale di chi sa esattamente di cosa parla, non si confonde, e non invade il campo di quel che non sa, con un rigore e una semplicità che lo rendono cristallino, inattaccabile: “Se sia un peccatore non lo so. Una cosa io so: prima ero cieco e ora ci vedo”. Il tentativo dei Giudei a questo punto è quello di tornare alla dinamica della guarigione, per scovare qualche punto su cui attaccarlo; ma il cieco guarito, chiamato a rispondere per la terza volta sul “come” della sua guarigione, non ha più alcuna remora, e davvero in lui, e nella forza della sua ironia, sembra risuonare la parola che Gesù aveva detto proprio ai Giudei nel capitolo precedente: “la verità vi farà liberi!” (8,31): “perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Alle parole di questo uomo, che fino a poco prima non era che un insignificante mendicante cieco, i Giudei si sentono toccati sul vivo: “suo discepolo sei tu! noi siamo discepoli di Mosè…!”. Sì è proprio vero: lui è ormai diventato suo discepolo, seguendo la via di un’autentico e semplice riconoscimento di quello che gli è successo nell’incontro con lui, senza cedere un momento per paura, e senza farsi confondere le idee dalle “autorità” religiose e intellettuali. “Costui non sappiamo di dove sia!” dicono i Giudei; ed è proprio questo “non sapere da dove”, in cui risuona la grande domanda del vangelo fin qui, che per il cieco guarito è invece il segno di qualcosa di più grande, di un intervento di Dio, proprio perché va oltre l’orizzonte di quel che conosciamo, e che possiamo controllare. “non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi ad un cieco nato!”. La finale accomuna il cieco guarito a Gesù stesso: come Gesù era uscito dal tempio per il tentativo di lapidazione (8,59) così ora il cieco guarito è cacciato fuori, con addosso la condanna (“sei nato tutto nei peccati”) che Gesù aveva già dall’inizio falsificato (“né lui ha peccato né i suoi genitori perché nascesse cieco…” 9,2-3). Sì lui insegna, e a partire dalla forza della sua esperienza di guarigione; questo gli fa vedere chiaramente, e sempre più profondamente, quel “da dove” di cui i Giudei dovrebbero essere maestri, ma che sono troppo accecati dalla paura e dai pregiudizi per poter ammettere: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Chiamati anche noi a testimoniare Gesù, abbiamo il dono di questo amico, che ci ricorda che non c’è testimonianza di Lui che non scaturisca da un incontro personale con la sua forza di guarigione, a partire dal riconoscimento che ciò che ha toccato e trasformato il nostro cuore, che ci ha aperto gli occhi e ha dato un senso nuovo alla nostra vita è “grazia”, cioè è dono di Dio. “Sarete miei testimoni”: non chiamati a infliggere agli altri le cose che sappiamo, ma a condividere ciò che abbiamo vissuto.