Collatio 17-09-2019

Giovanni 10,22-30

Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».

Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

È proprio nel contesto di questi discorsi sul “pastore” vero di Dio, che giunge la festa della dedicazione, che ricorda e celebra la purificazione e riconsacrazione del tempio (165/166 a.C.) ad opera di Giuda Maccabeo in occasione della campagna di liberazione di Gerusalemme e di Israele dalla dominazione greca dopo la profanazione ad opera di Antioco IV (cfr. 1Mac 4); alla dominazione greca in realtà seguì subito l’occupazione romana, e la festa gioiosa della dedicazione continua ovviamente al tempo di Gesù a nutrire sentimenti nazionalistici e le attese messianiche di un nuovo e definitivo liberatore. Gesù passeggia nella parte più antica del tempio, il portico di Salomone, unica zona rimasta dopo la distruzione del tempio ad opera dei babilonesi (586 a. C.). Ed è qui che con fare minaccioso i Giudei lo accerchiano per porgli la domanda decisiva: “se tu sei il Cristo dillo a noi apertamente!”. Ma il tono è angosciato: “Fino a quando ci terrai nell’incertezza?”, letteralmente “fino a quando ci prenderai la vita?”. Gesù aveva usato nei versetti precedenti proprio queste parole per esprimere la libertà del suo dare la vita: “nessuno me la prende, io la do da me stesso”. Ai Giudei invece sembra che il linguaggio allusivo di Gesù non solo li mantiene nell’incertezza, ma più ancora li espone al pericolo (come sarà detto più chiaramente in 11,47-48); la pressione degli occupanti romani è sempre più forte e il loro atteggiamento politico sempre più insofferente davanti alle sempre rinnovate velleità di autonomia di Israele; se Gesù intende assumersi la responsabilità di guida del popolo per una nuova insurrezione armata contro i dominatori stranieri è bene che si esponga chiaramente, esca dalle metafore, in modo da poterci organizzare di conseguenza! Ma Gesù non fa che ripetere l’unica cosa che ha da dire: no, non è venuto per fare il condottiero, ed è fuggito di fronte al progetto di farlo re (6,14-15); la cura per il gregge di Dio, per il quale è pronto a dare la vita, è già manifesta nelle opere da lui compiute nel nome del Padre, e sono opere per la vita dell’uomo, di umanizzazione e di liberazione dal peccato, di apertura degli occhi, non di potenza mondana per supremazia e quindi per la morte. Solo chi lo ascolta e crede può comprendere questa intima conoscenza da parte di Gesù e seguirlo, sperimentando un dono di vita: queste sono le sue pecore. E anche i suoi interlocutori possono diventarlo, se si fidano di Lui. L’unico modo per passare da un’animo sospeso, da un senso di pericolo per una vita che è presa ad un senso di piena sicurezza, è mettersi con fiducia nelle mani di Gesù, di colui che ci dà vita dando la sua vita, e scoprendo nelle mani di Lui che si offre pur di non “mollarci”, le mani stesse del Padre e della sua incrollabile volontà di bene, di vita, di salvezza, più forte e decisiva di ogni altra minaccia: “il Padre mio è più grande di tutti”. Nell’abbandono fiducioso al Signore Gesù che si dona per noi, sperimentiamo la presa salda di Lui e del Padre, uniti indissolubilmente nell’opera della nostra salvezza. Ma non è questo il messianismo dei suoi interlocutori…!