Collatio 19-11-2019

Giovanni 19,28-30

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».

Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Nella consegna di sé alla madre e al discepolo amato e nella loro consegna reciproca come inizio della comunità nuova, Gesù davvero ha portato tutto a compimento: la sua missione, affidatagli dal Padre, è adempiuta in un amore “fino in fondo” che coinvolge e trasforma quanti credono in lui. Non come gli ignari soldati il cui gesto della divisione delle vesti compie le Scritture “a loro insaputa”: ora Lui consapevolmente (“sapendo”) compie le Scritture con la parola del desiderio: “ho sete”. Come se tutte le Scritture trovassero qui il loro senso più profondo: la sete di ogni carne perché il volto di Dio si riveli, la sete di Dio perché ogni uomo si lasci raggiungere dalla inesauribile e disarmata potenza del suo amore. In Gesù queste due “seti” si incontrano (cfr. Gv 4!) e si affidano l’una all’altra, nel desiderio umano di Gesù di compiere come Figlio la volontà di salvezza del Padre. Paradossalmente, è proprio ricevendo l’aceto, e quindi nel non essere dissetato, che Gesù porta “a compimento” la sua sete: una sete portata fino all’estremo, attraverso l’aceto amaro del rifiuto, per abbracciare ogni sete e allargarsi a tutta l’ampiezza del dono di Dio, che non può essere preso, né preteso, né racchiuso dal nostro stesso desiderio. In questo desiderio di Gesù “gettato”, agli uomini e al Padre, davvero tutto è compiuto. È il dono del suo respiro, del suo spirito e di tutto il suo anelito profondo, è l’ultima consegna di sé e della sua stessa relazione con il Padre, è la trasformazione della morte in dono di vita nuova, nell’effusione dello Spirito di verità e di amore: “dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” (1,16). È il dono per fare anche noi, della nostra vita e della nostra morte, un atto di amore fecondo: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (12,24-25).